Affettività e amore — Sito di
Psicologia di Nicola Ghezzani

Anoressia sentimentale e controdipendenza isterica

“Lisa Lyon” (1982), fotografia di Robert Mapplethorpe.

Una testimonianza seguita da un commento di Nicola Ghezzani

1. La testimonianza

Salve dottor Ghezzani,
mi chiamo A., ho 21 anni, sono omosessuale e ho una relazione da più di un anno con un ragazzo. Premetto che sono in psicoterapia da alcuni mesi, perché sono entrato in crisi al quinto mese della relazione, appena passata la fase dell’innamoramento.

Tornati da un lungo periodo passato in simbiosi, appena staccati, è cominciata la crisi. A me lui non andava bene, lo volevo più acculturato, più deciso, più potente, meno affettuoso, più duro, più “stronzo”, meno effeminato, e ho cominciato un ciclo di volermi allontanare, non riuscirci e tornare da lui. La psicoanalisi ha orientato in maniera più positiva il mio pensiero, analizzando le cause di tale rapporto in uno spezzettamento del mio oggetto d’amore. Capita spesso infatti, che se lo vedo bello, allora tutto a posto, se lo vedo brutto (si parla anche solo fisicamente) comincia a non andarmi bene niente e mi chiudo in me stesso sprezzandolo, cosa che avviene anche alla minima battuta o situazione che non mi aggrada. Quando passiamo giorni assieme come nella fase dell’innamoramento, allora tutto bene.

Ultimamente però è venuta meno la modalità del rapporto fusionale, nel senso che entrambi abbiamo acquistato un’autonomia, una vita esterna alla coppia di amicizie, studi, e un rapporto molto più umano. Riesco benissimo a fare le cose senza di lui, senza ricorrere a lui, ed è venuto meno anche il mio ossessivo tentativo di manipolazione nei suoi confronti, non facendo comunque cadere l’affetto che provo per lui.

Abbiamo momenti di grossa intimità e affetto, quando io ho crisi ne parliamo serenamente e affrontiamo le difficoltà, anche se devo stare attento a non parlare solo di me e della mia situazione, perché si rischia di fondare il rapporto solo su quello. E c’è da dire (cosa non di poco conto) che tutto questo periodo di crisi a lui lo ha rafforzato moltissimo anche sul piano della profondità, passando dall’essere piuttosto superficiale a cogliere le profondità delle cose e della vita... È diventato un po’ più filosofo; come me diciamo!

Se la dipendenza da tutti questi punti di vista è migliorata, però a volte quando lo vedo “brutto” mi irrigidisco sempre, quando fa riferimento a qualcosa di poco acculturato pure, e comincio a notare difetti come l’essere effeminato, debole che mi portano a sprezzarlo. Quando lo vedo a fianco di altri mi sembra più piccolo, più molle... poi mi allontano, raffreddo la mente e il rapporto migliora... Ma permane comunque la sensazione di voler qualcuno più potente, “stronzo”, allora penso «non lo amo, è la dipendenza che mi incastra!» e cado in crisi; poi penso che in fondo è buono, bello, gentile, amorevole (è proprio quello che mi dà fastidio, vorrei qualcuno che non mi mostrasse affetto) fedele, serio, simpatico, affidabile, e anche se questo è così perfetto da darmi noia, penso che in fondo è un rapporto che vale la pena continuare.

La mia terapista mi sconsiglia di incastrarmi in angoli mentali pensando alla dipendenza (che secondo lei, non c’è o comunque non è grave) ma di aprire i miei orizzonti organizzando meglio il pensiero e comprendere che applico il meccanismo di crearmi un oggetto d’amore e distruggerlo (come una tana, per poi distruggerla per far vedere come sono autonomo) con qualsiasi persona mi mostri particolare affetto (segno di un legame ancora profondo con mamma, che non permetterebbe creazione di legami forti escluso lei, dato che qualsiasi persona e oggetto d’interesse la svaluto dopo un po’, sprezzandola) e che quindi cambiando storia non cambierebbe la mia modalità di relazione.

Se a questo aggiungo il fatto che spezzetto qualsiasi cosa in positiva e negativa e voglio “uccidere” la parte negativa, facendo di quella parte il tutto, così come voglio “uccidere” l’oggetto d’amore quando non presente, o qualsiasi cosa quando non la ho di fronte (i momenti in cui lo vedo brutto, in cui lo vedo affettuoso, il ritorno stesso dalle vacanze farebbero una catena di “pezzetti” negativi di soggetti d’amore non graditi o non presenti che io voglio estromettere dal rapporto... facendo così anche con me, se mi percepisco diverso e negativo rispetto al “me stesso” della prima fase dell’amore, finisce che voglio far fuori anche me stesso...) aggiungendo il fatto che ho costruito il mio ragazzo inizialmente come un dio, salvo poi accorgermi dei suoi limiti e volerlo allora buttare via, si spiegherebbe allora il motivo del disagio, che crescendo è andato proprio ad appigliarsi a lui stesso come mio salvatore e incolparlo se non compie il suo lavoro (di fatto impossibile).

Caro dottor Ghezzani, secondo lei, sono sulla buona strada?

Grazie dell’attenzione!

2. Commento di Nicola Ghezzani

La mail di A. testimonia di una tendenza dell’immaginario e della relazione affettiva molto in auge nel mondo contemporaneo.

La terapista di A. (con la quale ho significativi punti di contatto) si avvicina a questa tematica attraverso il concetto di relazione parziale (spezzettare il legame affettivo per non viverne l’intero) e di dipendenza edipica dalla madre.

Il mio punto di vista è simile nella dinamica fenomenica, apparente, ma molto diverso per ciò che attiene alla spiegazione strutturale del fenomeno e quindi anche alla strategia di uscita. Vediamo in che direzione va la mia interpretazione.

A. è un ragazzo molto giovane che, verosimilmente, ha problemi nella sfera del narcisismo e dell’autostima. In sostanza, si sente insoddisfatto di sé quanto meno per la giovane età e per una vita segnata dalla fatale dipendenza dalla madre e dal mondo adulto in genere. Non ha, dunque, compiuto una maturazione (una “individuazione”) sufficiente a farlo essere in armonia con se stesso e con le potenzialità integrative e unificanti degli affetti e della sessualità.

Prova una incoercibile attrazione per la figura maschile forte, potente e dura. Nel suo concetto di durezza è implicito il cinismo relazionale e la capacità di seduzione e abbandono. Lo dice lui stesso: appena vede il suo ragazzo come un debole,

A volte quando lo vedo “brutto” mi irrigidisco sempre, quando fa riferimento a qualcosa di poco acculturato pure, e comincio a notare difetti come l’essere effeminato, debole che mi portano a sprezzarlo. Quando lo vedo a fianco di altri mi sembra più piccolo, più molle...

A quel punto il giudizio di condanna — che si esprime attraverso il disprezzo — viene accompagnato dalla evocazione dell’oggetto ideale d’amore:

...permane comunque la sensazione di voler qualcuno più potente, “stronzo”, allora penso «non lo amo, è la dipendenza che mi incastra!» e cado in crisi...

La cosa era già del tutto chiara sin dalle prime battute della sua mail:

Tornati da un lungo periodo passato in simbiosi, appena staccati, è cominciata la crisi. A me lui non andava bene, lo volevo più acculturato, più deciso, più potente, meno affettuoso, più duro, più “stronzo”, meno effeminato...

Ma perché mai un individuo che afferma di cercare amore può invece infatuarsi di un oggetto ideale duro e anaffettivo, l’esatto contrario di ciò che di solito si vorrebbe vedere nell’oggetto amato, che dovrebbe ricambiarci? E perché mai, quando A. disprezza il suo compagno, lo fa divenendo lui stesso quell’ideale (duro e anaffettivo) che vorrebbe trovare nel suo oggetto d’amore?

La spiegazione è sia psicodinamica che socioculturale.

2.1. Psicodinamica

L’ideale dell’io

In senso psicodinamico, A. vuole assumere una posizione psicologica passiva nei confronti di un maschio duro e anaffettivo. Ma analizzando più da vicino il fenomeno, possiamo osservare che egli ammira quel tipo d’uomo contro le buone qualità del suo compagno, affettivo e affidabile. A. ha, dunque, dentro di sé un ideale dell’io di quel genere: egli aspira ad amare un individuo spietato, che sappia disprezzare e così padroneggiare ogni bisogno di natura affettiva, ma solo nell’esatta misura in cui non può lui stesso essere quell’ideale che ammira. Poiché sentimenti di colpa e di indegnità glielo impediscono, egli ammira nell’altro ciò che lui vorrebbe essere, e, in senso masochista, crea una dinamica nella quale lui è quello destinato a soffrire proprio perché non è ciò che vorrebbe essere.

Il rituale sadomasochista

Si tratta di un inconscio gioco di ruolo in un rituale sadomasochista: il soggetto passivo fa la parte del masochista nella misura in cui l’altro si assume l’onere di essere il sadico insensibile e in-dipendente, l’ideale dell’io agognato. In conseguenza di questo gioco, il soggetto passivo è condannato a confermare la sua dipendenza relazionale, a non poter mai essere conflittuale in rapporto a bisogni di autonomia, quindi a essere “guidato” da altri. Di conseguenza l’ideale dell’io forte e indipendente, non potendo essere assunto in proprio (per angosce di colpa) viene proiettato sempre di più sull’altro, sull’uomo forte da invidiare e amare.

Ma l’in-dipendenza, in questa complessa e sottile dinamica, non è a sua volta un valore del tutto positivo: essa viene infatti percepita come durezza e spietatezza. Rimossa come motivazione personale, diviene in questi rapporti il motore di una complessa e circolare dinamica di tormento sado-masochista. La valorizzazione negativa dell’affettività intesa come passività dipendente e servile sottintende allora che la tendenza al coinvolgimento e al legame debba essere sempre in ogni caso disprezzata ed evacuata, ma che tuttavia la sua evacuazione, pur necessaria, è anche un delitto e una colpa.

In sintesi, l’individuo passivo e masochista vive la sua dipendenza come una vergogna, ma non come una colpa; l’individuo sadico e attivo vive la sua indipendenza come una virtù, ma nella rimozione sistematica di sottili e insidiosi sentimenti di colpa.

La dipendenza affettiva

Per inciso si tratta di una dinamica molto comune nelle donne affette da dipendenza affettiva. Molte donne si tormentano della loro “strana” caratteristica di innamorarsi perlopiù di uomini freddi o violenti o comunque indifferenti nei loro confronti, uomini da cui ricavano soltanto dolore. Anche in loro ha gioco la stessa dinamica di molti omosessuali passivi: l’ammirazione più o meno consapevole (nel ragazzo che mi scrive è consapevole anche se entra in scena in modo alternante) nei confronti di una figura maschile (ideale) priva di affetti, talvolta spietata.

Non è nemmeno del tutto rara in caso di uomini eterosessuali con problemi di masochismo e, a loro volta, di dipendenza affettiva. In questi casi gli uomini dipendenti restano intrappolati dal fascino di una donna forte e anaffettiva, che li degna e li disdegna, si avvicina e si allontana, come una madre buona e cattiva allo stesso tempo, nell’ottica di bisogni affettivi e di un legame da cui non riescono mai a liberarsi.

In tutti questi casi, maschili e femminili, si maschera nella passività — e poi nel rifiuto attivo del partner rivelato troppo “debole” o troppo “forte” — la personale angoscia di cadere in una dipendenza sprovveduta, che il legame stabile con un individuo forte ma catturato dall’amore dovrebbe scongiurare. Impossibile per se stessi, l’ideale dell’io spietato viene collocato nel partner e lì, attraverso la seduzione adulatoria, il vittimismo e la dipendenza, parzialmente controllato.

Il terrore di essere ingannati, traditi, sfruttati, feriti, maltrattati, violentati dal partner in un rapporto nel quale ci si consegna a corpo morto ha dunque spinto il soggetto a sviluppare una personalità incentrata sulla dipendenza masochista e la controdipendenza isterica.

Il rapporto psicoterapeutico

Nel rapporto psicoterapeutico è talvolta più facile venir fuori da questa dinamica nel caso di omosessuali maschi e femmine che di donne eterosessuali. Ciò perché l’omosessuale — sia maschio che femmina — può far riferimento a una mascolinità sia psicologica che sociale che egli desidera e che se ben integrata gli sminuisce i “vantaggi” della passività.

Nel caso della donna invece questa passività può essere giustificata sia dai codici morali dominanti che da vantaggi sociali non secondari: quali l’affidamento all’uomo potente (ricco, influente o comunque “di carattere”) che funziona come subdola e pervasiva lusinga nella psicologia di molte donne. Per uscire dal masochismo relazionale, la donna dovrebbe far appello alla dignità d’amore, al potere creativo della interdipendenza (oltre che alla dignità personale) come a una qualità positiva; cosa che la società contemporanea consente davvero poco.

Il notevole vantaggio offerto dalla nostra Psicoterapia dialettica rispetto ad altre terapie meno accorte sul piano antropologico è di consentire la presa di coscienza del rapporto fra gli ideali dell’io soggettivi e il mondo storico-sociale, tanto da consentire al soggetto in terapia di agire in modo critico e differenziale, fino alla maturazione di una soggettività morale autonoma, quindi sana.

2.2. Psiche e società

Per quanto riguarda l’aspetto socioculturale, vorrei riportare le parole usate in una precedente pagina del presente sito dedicata all’anoressia sentimentale:

In termini più generali, egli [l’anoressico sentimentale] ha smesso di credere nell’affidabilità degli esseri umani e nella capacità retributiva e restaurativa della fiducia e dell’amore. In modo più o meno consapevole, ha abbracciato l’ideologia anestetica contemporanea, intesa a far sentire forte, superiore, colui che relega la passione nell’altro, riservando per sé il ruolo del bell’indifferente, dello spassionato razionale, dello sprezzatore dell’umana vulnerabilità.

La mia esperienza umana e clinica mi suggerisce che questa condizione esistenziale va sempre più costituendo il “doppio speculare” della soggettività contemporanea. Per un verso animata da innumerevoli e frenetici desideri, l’umanità attuale va per altro verso elaborando una strategia di difesa per la quale ogni desiderio — ma soprattutto i bisogni relazionali — sono trappole da evitare.

Esce da questa patologia — invisibile in un mondo che la invidia e la favorisce — solo chi vuole uscirne e accetta l’idea che coraggioso non è chi reprime il desiderio, ma colui che accetta il rischio esistenziale di vivere fino in fondo le qualità specifiche della natura umana, fra le quali fa spicco proprio quella capacità di immedesimarsi, fondersi ed amare da cui l’anoressico sentimentale rifugge con disgusto e con paura.

Aggiungerei una nota di commento ancora più generale. Le dinamiche relative all’anoressia sentimentale, sia di natura narcisistica, che ossessiva e isterica, come quelle relative alla dipendenza affettiva — che mostrano forti ambivalenze amore/odio nelle relazioni affettive — stanno a segnalare una mutazione antropologica in atto nel mondo occidentale contemporaneo. Parlo di una frammentazione crescente del tessuto sociale: gli individui singoli, preda del mito ambiguo dell’autonomia assoluta e della realizzazione competitiva di sé, vanno distruggendo la rete dei rapporti conviviali tradizionali, per paura di umiliazioni, abusi e violenze in relazioni affettive che sono di fatto sempre più conflittuali. Ciò fa sì che accanto a un dominante individualismo, faccia irruzione nella mente individuale e sociale un sentimento devastante di disgregazione e di perdita, di solitudine e di angosciosa insicurezza, tale che ormai la metà della popolazione occidentale e del mondo industrializzato in genere, fragile e insicura, fa ricorso abituale a “droghe” ansiolitiche o competitive: la televisione innanzitutto, che propone modelli di condotta stereotipici, di cui fanno largo uso il potere mediatico e la politica; le droghe illegali, smerciate da grandi cartelli internazionali, che fanno affari anch’esse in complesse associazioni di interessi col mondo politico; e, infine, gli psicofarmaci legali, prodotti da potenti lobby farmaceutiche, le quali hanno “mondializzato” la gestione del disagio molti decenni prima della globalizzazione dei mercati di cui tanto si parla oggi.

L’incapacità di creare coppie, gruppi affettivi, nuovi intensi e appassionati sistemi culturali, fa dell’uomo contemporaneo il membro ansioso e infelice di una “folla solitaria” priva di direzione e di senso, facile preda di moderni demagoghi e mistagoghi e di una cultura sempre più estetizzante e superficiale, incapace di incidere nel pragma, nel muro grigio della realtà.

3. La mail di risposta

Letta attentamente la lettera di A., trovai paradossale che egli, pur essendo coinvolto in una buona psicoterapia, mi avesse scritto non per avviare una terapia (le nostre due città erano troppo lontane...), ma per avere un consulto da una sorta di “autorità super partes”. Quindi gli inviai una breve mail di risposta. Eccola.

Salve A.,
ho letto la tua mail con molto interesse. A me pare che la tua terapista sia sulla buona strada e che stia facendo un ottimo lavoro. Il dato problematico della personalità, diciamo, “controdipendente”, come la tua, è l’angoscia di essere incastrati in un legame passionale, cioè di essere costretti ad amare. Quindi si idealizzano, a scopo difensivo, situazioni anaffettive (la forza, il cinismo ecc.).

Nel merito di questa tua difesa mediante controdipendenza, non si tratta solo del rapporto con tua madre assunto come modello, è anche l’ideologia che tu hai scelto. Una ideologia di indipendenza sistematica e di attacco ai legami.

Il fatto che tu mi abbia scritto, nonostante la buona terapia in atto, secondo me indica che stai sviluppando la paura di legarti anche a lei, alla tua terapista. Il rapporto fra voi va bene, è fruttuoso e tu le sei riconoscente; tutto ciò ti rende consapevole che il legame con lei si va protraendo oltre il limite di guardia che ti caratterizza. Da qui la tua esigenza di “spezzarlo” cercando contatti con altri terapeuti.

Ti ringrazio del contatto, che è segno di stima, ma ti consiglio ora di confidare nel buon rapporto con la tua terapista.

Quindi, onde evitare tuoi futuri attacchi a quel legame, ti suggerisco di dirle che mi hai scritto e di farle leggere questa mia risposta.

Un caro saluto,

Nicola Ghezzani


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