Affettività e amore — Sito di
Psicologia di Nicola Ghezzani

Anoressia sentimentale e senso di colpa inconscio

1. Orfeo, un prototipo mitico

1.1. La leggenda

“Orfeo ed Euridice”, dipinto di C. G. Kratzenstein-Stub. Orfeo, figlio di Eagro, re della Tracia, e della musa Calliope (o, secondo altre versioni del mito, di Apollo e di Calliope), era poeta e musico.

Le Muse gli avevano insegnato a suonare la lira, ricevuta in dono da Apollo. La sua musica e i suoi versi erano così dolci che l’acqua dei torrenti rallentava la sua corsa, i boschi si animavano, gli uccelli si commuovevano a tal punto che non avevano la forza di volare e cadevano, le ninfe uscivano dalle querce e le belve dalle loro tane per andare ad ascoltarlo (scrive Seneca: “cessava il fragore del rapido torrente, e l’acqua fugace, obliosa di proseguire il cammino, perdeva il suo impeto... Le selve inerti si movevano conducendo sugli alberi gli uccelli; o se qualcuno di questi volava, commuovendosi nell’ascoltare il dolce canto, perdeva le forze e cadeva... Le Driadi [ninfe dei boschi], uscendo dalle loro querce, si affrettavano verso il cantore, e perfino le belve accorrevano dalle loro tane al melodioso canto...”).

La sua sposa era la ninfa Euridice ma non era il solo ad amarla. Un giorno Euridice, mentre correva per sfuggire ad Aristeo, venne morsa da un serpente nascosto tra l’erba alta e morì all’istante. Orfeo decise allora di andare a riprendersela scendendo nell’Ade, nell’oscuro regno dei morti. Con la sua musica riuscì a commuovere tutti: Caronte lo aveva traghettato sull’altra riva dello Stige, il fiume infernale; Cerbero, l’orribile cane con tre teste, non aveva abbaiato; le Erinni, terribili dee infernali (Aletto, Tisifone e Megera), si erano messe a piangere. I tormenti dei dannati erano cessati (Tantalo non aveva più fame e sete...) e ogni creatura, compresi il dio Ade e sua moglie Persefone, aveva provato pietà per la triste storia dei due innamorati Così Ade aveva concesso ad Orfeo di riportare Euridice con sé, ma a un patto: Euridice l’avrebbe seguito lungo la buia via degli inferi senza, ma lui non aavrebbe mai dovuto voltarsi a guardarla prima di arrivare nel mondo dei vivi (Poliziano, Fabula di Orfeo, 237.: “Io te la rendo, ma con queste leggi: / che lei ti segua per la ceca via / ma che tu mai la sua faccia non veggi / finché tra i vivi pervenuta sia!”).

Avevano iniziato la salita: avanti Orfeo con la sua lira, dietro Euridice avvolta in un velo bianco e infine Hermes, che doveva controllare che tutto si svolgesse secondo il volere di Ade.

“Si prendeva un sentiero in salita attraverso il silenzio, arduo e scuro con una fitta nebbia. I due erano ormai vicini alla superficie terrestre: Orfeo temendo di perderla e preso dal forte desiderio di vederla si voltò ma subito la donna fu risucchiata, malgrado tentasse di afferrargli le mani non afferrò altro che aria sfuggente. Così morì per la seconda volta ma non si lamentò affatto del marito (di cosa avrebbe dovuto lamentarsi se non di essere stata amata così tanto?) e infine gli diede l’estremo saluto.”
(Ovidio, Metamorfosi, IV, 53 sgg)

1.2. Un commento psicologico al mito

Orfeo ha perso la sua amata Euridice, uccisa dal morso di un serpente. La giovane amata gli è stata sottratta da un serpente: un animale infido come la stessa malvagità che alligna nel cuore di ogni uomo, nel cuore di Aristeo innanzitutto, il violentatore, ma forse anche nel suo stesso cuore. E tuttavia alla morte Orfeo non si rassegna; il suo amore vuol trascendere la perdita. Vuole trascendere la crudeltà di un destino che gli ha sottratto l’amore. Scende, dunque, agli Inferi e piangendo e cantando ottiene dagli dei di riportare la sua amata tra i vivi.

Gli dei però non si limitano a accontentarlo: lo ammoniscono. Egli dovrà procedere sul percorso che riporterà entrambi — lui e l’amata — nel mondo dei vivi senza mai voltarsi indietro: Euridice lo seguirà invisibile nell’ombra; lui non dovrà cercarla con lo sguardo, perché dovrà fidarsi che ella sia lì, dovrà fidarsi degli dei. È il piccolo prezzo che chiedono a Orfeo per riavere indietro l’amata.

Orfeo s’incammina, ma d’un tratto, timoroso di aver subito un inganno, perde la fiducia e trasgredisce all’obbligo che gli dei gli hanno imposto di non voltarsi. Per un istante Orfeo ha dubitato della benevolenza del destino, della “buona sorte” donatagli dagli dei. E così perde Euridice.

In fondo, egli ha dubitato dell’amore stesso. Non ha creduto che gli dei, o la “buona sorte”, appunto, potessero fargli questo dono. Non ha avuto fiducia nella vita, non si è abbandonato ad essa.

E gli dei questo subdolo impulso di diffidenza — che lo rivela simile alla serpe che gli uccise un tempo la compagna — non glielo perdonano e lo puniscono. Gli sottraggono ancora una volta l’amata, questa volta per sempre. Euridice resterà relegata nel regno dei morti, per sempre inaccessibile.

Sentendosi in colpa per il peccato di sfiducia che ha compiuto, Orfeo si negherà da allora ad ogni altro amore. Ascetismo difensivo. Per conservare il ricordo ammonitorio della sua colpa e non essere mai più causa di dolore amputa una parte di se stesso.

Dinamica generale: L’angoscia di aver tradito antichi legami di fiducia, di aver fatto soffrire e di conseguenza di aver sofferto (per il senso di colpa), aliena ogni desiderio di legame e di amore. Il terrore di vivere nuovi conflitti affettivi e nuovi sensi di colpa spinge il soggetto a chiudersi in una corazza di insensibilità.

La paura di soggiacere a una dipendenza (alla fiducia cieca) spinge a

Orfeo — che si autocastiga e si condanna per aver distrutto l’amore — è il prototipo dell’asceta rinunciatario, ossia dell’anoressico degli affetti e dei sentimenti: il quale si chiude in se stesso talvolta senza nemmeno sapere quanto questa chiusura dipenda dalla paura del mondo dei sentimenti.

Euridice, la donna perfetta, è ormai solo un’orma, un vuoto, una mancanza, spalancata come un nulla nell’indistinto della non-vita.

E più il suo abbraccio manca, più — nelle profondità dell’inconscio — la sua mancanza alimenta la voracità del bisogno e la paura di cadere nell’abisso.

2. Una storia di anoressia sentimentale da senso di colpa

Ecco ora qui di seguito una storia che aiuta a capire la metafora mitologica fin qui adoperata, quella di Orfeo e Euridice. Nel caso che sto per riferire Orfeo — colui che distrugge la relazione — è una ragazza con un passato da anoressica alimentare, mentre Euridice è un ragazzo intimorito dal carattere duro e austero della compagna, ragazzo che infine viene abbandonato. Non sempre la chiusura del carattere sta dalla parte degli uomini. Salvo che — a differenza degli uomini — spesso la donna si difende dal legame occultandosi dietro una mistificazione romantica.

La ragazza di cui mi parla il giovane uomo che mi ha invitato la mail che segue è stata una anoressica alimentare; quindi una persona con forti angosce relative alla dipendenza (che spesso per le anoressiche è la dipendenza primaria con la madre); angosce che ha poi trasportato senza variazioni nella relazione affettiva.

Il ragazzo autore della mail ignora con che genere di forze oppositive egli si trovi ad essere in contatto e, con ingenuità (e con una certa tendenza alla fuga), si distanzia dalla compagna favorendo in lei il ripudio orgoglioso e sprezzante del legame, il trionfo narcisistico sulla dipendenza.

Chi ha già commesso la “colpa” di attaccare il legami primari (con l’anoressia in questo caso), difficilmente riesce ad accettare il rischio di tornare a contatto con la serpe (il conflitto e la colpa) insita in ogni amore.

Ci sarebbe da chiedersi, a proposito di questa storia, come mai le sindromi da autismo sentimentale si moltiplicano ogni giorno di più. Pare che l’amore sia una moneta sempre più rara e preziosa. Forse perché i traumi da abbandono primario e da tradimento della fiducia nei vari tornanti della vita vanno aumentando a favore di scelte sempre più tragicamente individualiste.

Un’ultima nota. Lo psicoterapeuta esperto riscontra facilmente dietro le sindromi affettive (come dietro le sindromi ansiose) la presenza costante di psicopatologie più o meno gravi. È pertanto sconcertante constatare la leggerezza con la quale le persone affette da tali disturbi si affidino a associazioni di mutuo aiuto prive di monitoraggio specialistico o a counselors di dubbia formazione psicologica. È bene allora ricordare che tali sindromi, qualora non vengano gestite da una adeguata professionalità psicologica, non di rado si scompensano e peggiorano.

La moltiplicazione di “movimenti” per la salute e di commercianti del “fai da te” non è mai un buon segno.

3. La testimonianza

Ecco la mail:

Buongiorno Professor Ghezzani,
Ho consultato il sito e letto i suoi articoli, trovando particolarmente interessante le sue considerazioni riguardo alle chiusure affettive.

Ho 35 anni, vivo da solo da dieci anni e per quattro mesi ho frequentato una ragazza di 31 anni, che ha avuto problemi di anoressia intorno ai 25.

Ha un legame molto forte con la sorella sposata, che abita nella stessa palazzina dove risiede da sola, dopo essersi allontanata dalla famiglia un anno fa per gravi conflitti col padre.

Ho vissuto un periodo felice, grande sintonia, coinvolgimenti e notevole affinità sessuale. I settanta km andata/ritorno di distanza fra me e lei e gli impegni di lavoro, facevano si che ci si vedesse circa tre volte alla settimana vivendo tutto il week end insieme.

Ho notato da subito da parte della mia ragazza un grande attaccamento, possessività ed un forte coinvolgimento, anche se non riusciva a esprimere chiaramente le sue ansie e insicurezze di fronte a molte situazioni, e a parlarmi di suoi disturbi del sonno e brutti sogni.

Quando ci siamo conosciuti prendeva calmanti per conciliare il sonno.

Parole sue: per lei ero di nuovo la luce. Io non mi sono preoccupato, ma sapevo che aveva bisogno di molta attenzione.

Ho iniziato una nuova esperienza di lavoro in coincidenza con l’inizio del rapporto. Dopo un mese tranquillo, presto ho dovuto iniziare a lavorare molto duro, spiegando da subito a lei che sarei stato impegnato, e che sarei stato costretto ad assentarmi per giorni. Ho continuato, sbagliando, a mantenere anche le mie passioni quali il nuoto e gli incontri con gli amici, sottraendomi a possibili incontri con lei. Vivevo la cosa con parecchie ansie, ma ciò nonostante, sapendo che sbagliavo, ho ahimé perseverato.

Al lavoro stressante, si sono poi aggiunte tensioni all’interno della mia famiglia natale, che mi hanno turbato. Ulteriori preoccupazioni per questioni legali inerenti una causa avviata contro la vecchia azienda ed un’ulteriore contenzioso con un’altra azienda che, alla mia richiesta di riconoscimento della liquidazione, mi rispondeva con un reclamo per violazione del contratto, con conseguente richiesta di una cifra importante di cui non dispongo.

Perdita di attenzione per lei, riuscire a percepirne il disagio e le richieste d’attenzione. Ho purtroppo avuto anche uno scatto di nervoso al telefono, a cui ho tentato di rimediare scusandomi con grande umiltà, cosciente di essere stato fuori luogo.

Questo ha innescato in lei un ricordo delle tensioni avute col padre facendo scattare un campanello d’allarme circa la mia personalità. Trascorrono ancora venti giorni normali, ma dopo altri dieci di non frequentazione, continuando a sentirci solo per telefono. All’incontro concordato nel fine settimana sono stato insultato e aggredito perchè portavo i soliti cioccolatini e anche perché, durante una delle telefonate, avevo detto che ero stato invitato a cena da amici.

Ribadisco che purtroppo non ho mantenuto la necessaria concentrazione, non ho colto i suoi segnali di disagio e le sue richieste d’attenzione, sicché ho parlato dell’invito a cena da parte degli amici facendole percepire ulteriore distacco e lontananza.

Tornando all’incontro, già molto spaventato per l’incomprensione al telefono, ho tentato di mantenere un tono leggero e di sorvolare su tutto, commettendo un altro errore. Alle sue lamentele e affermazioni di non essere un optional, ho tentato di spiegare che non era così, ma l’idea che io fossi poco maturo si era ormai in lei consolidata.

Evidentemente aveva ragione. Confuso e poco attento non sono riuscito ad esaminare la situazione. Le ho chiesto allora se era forse il caso che andassi via e alla sua risposta positiva sono andato via.

La situazione era già precipitata. All’indomani risposte molto fredde ai miei messaggi, seguite da una telefonata dove mi fa intendere che per lei la storia è chiusa. La chiusura è stata totale, senza appello: “Ho aperto gli occhi e mi sono resa conto che la cosa non può funzionare... troppe cose mi facevano stare male e non è giusto né per me, né per te. Non me la sento di darti altre chances”.

Qualunque tipo di avvicinamento è stato inutile, alla mia richiesta di scuse e giustificazioni non c’è stato nessun riscontro. Tra le frase dette al telefono mi sono rimaste impresse queste: “Dio perdona, io no!”, “E’ inutile, ormai ho deciso”, “Io ho 31 anni, non posso continuare una storia che non porta da nessuna parte”, “Ho bisogno di un uomo che mi dia protezione e sicurezza e mi sono resa conto che tu non lo sei”.

Come detto anche a lei, rispetto la libertà e le scelte, e mi rendo conto di quanto ho tremendamente sbagliato, sottovalutato il disagio e la mia totale inadeguatezza a gestirmi e gestire il rapporto in questa fase delicata, di forte stress e di non aver sufficientemente parlato anche del mio periodo duro, per timore d’intaccare il nostro rapporto.

Trovo altresì disarmante il passaggio dallo stato di coinvolgimento e fiducia che c’era, o io supponevo ci fosse, fra noi a questa chiusura repentina ed ermetica, con considerazioni estremamente dure e rabbiose circa l’impossibilità del rapporto, la delusione, il fatto che non avendole dato attenzione in quei venti giorni ciò significava che non potevo darle sicurezza e protezione per il resto della vita. Andando a casa sua per riportarle delle sue cose, non riusciva a guardarmi e alla richiesta di spiegazioni più precise ricevevo la risposta: “Ci sono tre, quattro cose del tuo carattere che non mi piacciono, e alla tua età non si può cambiare”

Da una forte emotività si è passati ad una estrema freddezza e logicità matematica, azzerando quanto di buono poteva ancora esserci, trasformando tutto in nero, tutto molto velocemente, calcoli matematici e molta paura.

Riconosciute e ribadite le mie mancanze e gli errori, cosa posso dedurre da questa situazione? Lei è in autodifesa, ha paura di affrontare una storia? Ha trasformato una possibile esperienza in una certezza di incompatibilità e negatività?

Suppongo che esistano ormai poche possibilità per me di scardinare il castello delle sue convinzioni e di riacquisire stima e fiducia. Sebbene io abbia riconosciuto con lei i miei errori, lei tuttavia non non vuol credere che il suo cambio precipitoso di sentimenti e il suo ermetismo abbiano motivazioni più lontane e complesse dei fatti circostanziali. Ho cercato di spiegarle che non può pensare di aver conosciuto una persona in così poco tempo, e che doveva avere coraggio e un po’ di ottimismo, darmi una possibilità ed essere meno severa, che bisogna assumere qualche rischio nella vita, bisogna provarci, come stavo facendo io. Ha ribadito di essere pessimista e di esserci già cascata in precedenza.

Ricevuto un regalo, che ho lasciato davanti alla sua porta per timore che lo rifiutasse e s’innervosisse, mi scrive che non sa che dire e che non le sembra giusto accettarlo e che le dispiace molto per come sia finita, ma che non poteva andare altrimenti.

Gentile Professore, sarei molto felice di avere un Suo parere, anche se temo che questa mia lettera sia troppo frammentaria e di pochi elementi per riuscire a farLe capire quanto, secondo me, la reazione della mia ragazza sia stata nei miei confronti precipitosa e punitiva.

4. La mia risposta

Caro amico,
la sua lettera è invece ampia e molto esauriente.

Tenga presente che la Sua compagna ha un passato da anoressica: ciò vuol dire che non sopporta alcuna forma di dipendenza. Cerca qualcuno che la protegga, ma in realtà, se anche lo trovasse, lo sopporterebbe per poco tempo. Mirerebbe comunque a mettere il rapporto a rischio, a sabotarlo. Lei forse si è accorto di questo strano paradosso presente nel carattere della sua compagna e si è comportato in modo cauto e distante, ha preferito non esporsi (avendo peraltro molti Suoi problemi da affrontare). E la Sua compagna ha trovato in questo Suo atteggiamento cauto il pretesto per attaccare il legame.

Il rapporto ormai potrebbe essere perso; la sua ragazza si è chiusa. Ma di questo Lei non ha colpa. La chiusura era già nel carattere della ragazza prima che La conoscesse.

Inviti con delicatezza la Sua compagna a leggere il mio sito alle voci “Anoressia sentimentale” e “Autarchia affettiva”.

Un caro saluto

Nicola Ghezzani


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