Affettività e amore — Sito di
Psicologia di Nicola Ghezzani

Amore, passione, dipendenza affettiva

Amour fou, love addiction, Amore-passione, tre termini per dire la stessa cosa: l’amore come dipendenza e compulsione

“L’ultimo bacio di Romeo e Giulietta” (1823), dipinto di Francesco Hayez. L’amore è il luogo delle affermazioni estreme, ma anche dei pensieri estremi, nascosti dentro di sé e difesi da muri di pudore e di silenzio. Una di queste affermazioni, uno di questi pensieri, il più paradossale, che sentiamo sorgere dentro di noi o pronunciare da un innamorato in estasi è: «L’amo da morire!». Nell’amore, dunque, c’è una forza che può portare a morte. Questo ci dice l’affermazione, questo ci mormora il pensiero.

Ma è proprio vero che “d’amore si può morire”?

Per rispondere a questa domanda occorre indagare i confini fra l’amore e la passione e fra questi e un’altra inquieta manifestazione del sentimento amoroso: i francesi, un tempo, la chiamavano amour fou, amore folle; oggi, gli anglosassoni la chiamano love addiction, ossia dipendenza amorosa; in Italia la chiamiamo ormai tutti, per mutua convenzione, dipendenza affettiva.

Il termine “dipendenza affettiva” smorza e medicalizza qualcosa di misterioso e potente. Per le caratteristiche ossessive, incontrollabili, distruttive che il fenomeno presenta dovremmo forse chiamarlo compulsione passionale o amore-passione, come faccio io nel mio libro “Quando l’amore è una schiavitù” ([2]). Ma tant’è: il termine ormai esiste e se non usassimo i termini in voga non riusciremmo più ad intenderci.

Di dipendenza affettiva, dunque, si soffre fino a distruggersi, fino a morirne. D’amore si può morire. Ci sono persone — e non solo donne, ormai sempre più anche uomini (i quali in occasione di separazioni e divorzi possono avere crolli psichici e fisici catastrofici) —, che vivono la dedizione e la sofferenza d’amore fino al limite estremo: sopportano sacrifici, angherie, maltrattamenti, poi si ribellano, si disperano, odiano e aggrediscono fino a pentirsene un attimo dopo in drammatiche “ricadute”, tornando ad annullarsi per l’amato in un rituale di pentimento che li porta a struggersi, ossessionarsi, perseguitarsi e talvolta anche a “morirne”, non sempre in senso figurato.

L’amore felice: la simbiosi duale

Ma l’amore può essere considerato una malattia, una psicopatologia?

L’amore, nelle sue espressioni più integre, non è una malattia; al contrario, esso assolve a molteplici funzioni “genuine” e “sane”:

Su questo piano, la relazione d’amore riprende gli schemi istintuali e culturali del rapporto di accudimento madre-bambino, arricchendoli di significati e simboli propri della dimensione sentimentale ed erotica adulta. In tal modo, l’amore sessuale perfeziona uno dei tratti fondamentali della natura umana, che è la capacità di relazione accuditiva, trasformandola in “simbiosi duale”, un magico universo raccolto e chiuso in se stesso, nel quale due partner innamorati si scambiano le loro più ricche potenzialità.

L’alleanza

Ma l’amore fa anche di più; esso si muove su un altro piano, quello dell’alleanza, ossia della relazione di complementarità fra due persone unita contro le avversità del mondo. Quindi:

In sintesi, l’amore crea la coppia: la diade felice, la relazione fra due esseri umani che si “inventano” un mondo a parte, un mondo dove la frustrazione della realtà quotidiana lascia il posto ad una realtà di elezione, nella quale ciascuno è l’oggetto della predilezione dell’altro: della sua idolatria (allorché si è innamorati), della sua dedizione (allorché dall’innamoramento si passa all’amore).

L’amore adulto, dunque, crea una relazione di alleanza, allo stesso tempo opposta e complementare al mondo sociale; l’amore adulto è una eversione romantica, una forza che si oppone alle limitazioni (emotive, affettive, pragmatiche, ideali) che il mondo reale impone ai suoi membri. Non è soltanto — come diceva Freud, pur cogliendone un importante aspetto — ritorno all’utero materno, perché è anche e piuttosto — come suggeriscono i poeti e i filosofi — modello ideale del mondo, opposto a quello reale.

L’amore malato

L’oggetto di questo sito è l’amore sano, forte e felice; ma — di conseguenza, poiché ne è la sua ombra — è anche l’amore in quanto psicopatologia, l’amore che diviene malattia. Perché di fatto l’amore può essere il veicolo attraverso il quale si slatentizzano, si manifestano delle patologie soggettive, sia di natura narcisistica, caratterizzate da un egoistico ed egocentrico desiderio di sicurezza, di controllo e di possesso (confuso con l’amore); sia di natura masochistica, il cui centro focale è il sacrificio personale, che può giungere fino alla devastazione di sé; sia, infine, di natura sadica, allorché l’angoscia per la perdita della simbiosi di coppia (la paura dell’abbandono) trasforma il controllo ossessivo del partner in vendetta, punizione, talvolta in soppressione fisica del “traditore”. Proprio l’energia che l’amore mette in gioco — quella energia che nasce dalla creazione di un mondo a parte dove le persone si fondono nella loro restaurata positività — quell’energia si ritorce contro l’amante deluso o insaziabile o ambivalente, che per ottenere tutto forza se stesso a servire l’amato nella speranza di ottenerne i favori; o forza i limiti del partner e si illude che vi sia amore anche laddove in realtà vi è un’illusione più o meno condivisa.

E dunque, l’amore può essere una malattia?

Se la finalità dell’amore non è la crescita della coppia o dell’amore stesso, ma è piuttosto la brama strumentale, la prevaricazione e, infine, a giochi in via di chiusura, diviene distruzione di sé e dell’altro, prepotente e non convenuta, allora abbiamo il diritto di parlare di una dinamica relazionale “folle”, quindi di una psicopatologia, di una malattia, densa di minacce e di pericoli.

La dipendenza affettiva patologica nasce dalla sconfitta di un’istanza di pacificazione, che fa riemergere una mai sopita bassa stima di sé. Questa bassa stima di sé nella fase di innamoramento è ben nascosta dall’idealizzazione della persona amata (il “grande amore” che salva dalla percezione negativa di sé).

Tuttavia, se abbiamo disturbi nell’area dell’immagine interna, non ottenendo dall’oggetto d’amore i risultati vagheggiati, lasciamo erompere la rabbia narcisistica vendicativa, cui segue il senso di vergogna o di colpa e quindi l’indurre l’altro a denigrarci, a maltrattarci, ad abbandonarci, fino a confermare in un cerchio fatale l’immagine interna negativa.

Come ho mostrato in “Volersi male” ([1]) e [2], al maltrattamento l’innamorato patologico fa infatti seguire umilianti rituali di sottomissione, preghiera, inseguimento, persecuzione che rivelano il lato oscuro di questa dinamica amorosa: il masochismo, ossia la patologica necessità d’essere umiliati per “punire” la propria rabbia e per confermare la bassa stima di sé; più o meno associato alla sua inversione logica nella vendetta e nel sadismo, che peggiorano la situazione.

Il carattere centrale di questa patologia è dunque la carenza d’autostima, la mancata maturazione del sentimento di dignità e di valore personali.

Ciò può derivare sia da esperienze infantili negative, sia da un giudizio morale riguardo a se stessi rigido e persecutorio, di tipo depressivo, più o meno nascosto, sia dalla constatazione della propria inadeguatezza a gestire il complesso mondo dei sentimenti.

Il dolore causato da questa patologia è tanto più grande in quanto essa devasta la relazione più necessaria e desiderata, alterando sempre più in profondità l’immagine interna personale relativa all’identità affettiva e sessuale.

Chi fallisce in amore a causa della dipendenza affettiva e della sua ambivalenza (amore e odio confusi insieme) finisce sempre per sentirsi gravemente negativo sia sul piano affettivo che su quello dell’intimità sessuale.

Per uscire da questa cupa e insidiosa patologia, che può portare all’aggressività sadica vendicativa, ma anche alla depressione e al suicidio, è necessario innanzitutto ammettere che l’amore, proprio in quanto passione, può generare malattia; quindi fare i passi che si fanno quando ci si ammette malati: tenere a distanza l’agente patogeno, ristabilire un rapporto sano con se stessi, affidarsi a una cura. Rinunciare alla facile onnipotenza delle soluzioni “vittimistiche”, come il “piangersi addosso” scaricando la colpa sempre e solo sull’altro o sul “destino crudele” e ammettere che riapprendere l’uso delle emozioni e dei sentimenti necessita di una guida consapevole, di una vera psicoterapia. Non di consigli pret-à-porter, di fast therapy a loro volta malate di sensazionalismo, ma di un pensiero complesso in grado di capire e di curare. Non meno utile è, dunque, il pensiero scritto: l’informazione, la conoscenza: una biblioterapia, la lettura attenta di buoni articoli e buoni libri sull’argomento.


Bibliografia

  1. Ghezzani N., “Volersi male”, Franco Angeli, Milano, 2002.
  2. Ghezzani N., “Quando l’amore è una schiavitù”, Franco Angeli, Milano, 2006.

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