Affettività e amore — Sito di
Psicologia di Nicola Ghezzani

Dipendenza Affettiva e Attacchi di rabbia

“Crocodile eating ballerina” (1983), foto di Helmut Newton.

Spesso nella relazione caratterizzata da dipendenza e co-dipendenza affettiva uno dei due partner va incontro ad attacchi di rabbia che sono vere e proprie esplosioni di furia distruttiva. Quando accade all’uomo, costui è di solito un insicuro che ha bisogno di esercitare un controllo su di una partner per proteggersi dalla precarietà della vita e delle relazioni; altre volte invece è un isterico (con tratti sadici) che necessita di una vittima da ipnotizzare e poi ferire, in una altalena da incubo, per confermarsi nella propria potenza e nella propria “vincente” insensibilità. Talvolta, in casi per fortuna molto rari, l’esplosione di rabbia può raggiungere nell’uomo la violenza fisica e il delitto: la riduzione all’impotenza e la morte della partner rappresentano allora per lui il massimo del controllo: egli punisce e “incorpora” in modo definitivo le velleità libertarie della partner.

Dato il contesto sociologico in cui si svolgono, che arriva talvolta a giustificarle, le storie di rabbia e di violenza maschile sono perlopiù visibili e persino esibite. Sono state pertanto ben studiate da specialisti e da curiosi di ogni sorta e si può affermare che le dinamiche psicologiche sottese sono di una certa trasparenza, nette e ben leggibili.

Più insidioso, invece, il caso il caso in cui è la donna il soggetto pronto ad esplodere in incontrollabili manifestazioni di ira. Più insidioso perché la donna che appartiene a questa tipologia appare spesso, in prima battuta, come una creatura innamorata e devota, persino masochista nella sua completa dedizione all’uomo. Poi però rivela di colpo il suo lato oscuro.

In questi casi, la donna è caratterizzata, nella sua struttura di identità, da una forte idealizzazione della figura maschile, non di rado legata a un padre ammirato o temuto in qualche suo aspetto e a una madre poco presente e significativa o anche disprezzata e odiata.

L’idealizzazione primaria del padre è stata conservata a un punto tale che essa viene replicata nei rapporti affettivi (o anche solo sessuali) adulti; sicché la donna con tale struttura di personalità è in continua ricerca dell’uomo potente, ricco, prestigioso; o anche, quando l’uomo non abbia queste caratteristiche, di un partner comunque avvertito come “forte” in quanto freddo e distaccato oppure diretto, duro, poco sensibile, anche brutale. In casi solo in apparenza differenti, ma in sostanza analoghi, l’uomo è avvertito come “forte” in quanto ha già una compagna, forse anche dei figli, quindi si pone verso l’amante da una posizione più sicura, di maggior resistenza, quindi di forza.

Tuttavia, per quanto idealizzato, nella relazione privata, è inevitabile che l’uomo prima o poi compia atti di gestione del rapporto disattenti o anche prepotenti, atti che la donna interpreta come rivelatori di un carattere egoista, insensibile, prepotente, che essendo stato “nascosto” le si palesa ora come ingannevole, quindi perverso. A questo punto scatta la ribellione della donna, che scopre con rabbia di essere stata ingannata e trattata da “serva” e da “suddita”. Umiliata dalla lunga soggezione, la donna si sente ora autorizzata a interpretare univocamente i comportamenti del partner come attestanti la sua disonestà e la sua violenza, quindi a attaccarlo in modo franco e diretto. La rabbia è spesso manifestata in forma di attacchi privi di controllo, altre volte in una tendenza incoercibile e continua al conflitto, altre volte ancora viene posticipata nell’esecuzione e così trasformata in una vendetta meditata e implacabile. In questi casi, la donna può raggiungere livelli di perfidia sconcertanti.

Ma dopo l’evento aggressivo seguono immancabili il senso di colpa oppure, in sua assenza, gli effetti devastanti di un’azione autolesiva. La donna soffre su un piano morale, si sente ora rifiutata con ragione, oppure si provoca un incidente, si fa del male.

Ne consegue che finché non abbia appreso a gestire questi attacchi di rabbia — che spesso rivolge non solo al partner, ma a tutti coloro che le vogliono bene e intendono aiutarla: parenti, amici, psicoterapeuti — la donna è condannata all’inferno della ripetizione, dell’eterno ritorno dell’identico: dinamiche che si ripetono senza requie, come la pena di Sisifo, in un ciclo continuo e autodistruttivo; perché un messaggio non capito, un messaggio senza un ricevente, si ripete senza fine, trasformandosi in una ossessione.

La corretta gestione di questa parte conflittuale necessita che la donna sia consapevole di ospitare dentro di sé un’aspirazione (tipicamente isterica) alla forza, che ella invece spesso nega e non riesce a riconoscere come la sua motivazione di base. La funzione dello psicoterapeuta è allora quella di porgerle uno specchio che lei non sa impugnare e di aiutarla a gestire la rabbia che la anima e la delusione e la depressione sottostanti. Preda di un’angoscia sconfinata e di una rabbia “divorante” ella può trovare conforto solo in una figura esterna, come uno psicoterapeuta, cha sappia individuare e leggere correttamente la dinamica e gestirla al meglio. Senza l’ausilio esterno, la donna è preda di dinamiche interne senza fine.

In realtà la dipendente rabbiosa ha terrore dell’amore, ha terrore di riconoscersi “legata” dall’amore; quindi fa di tutto per renderlo impossibile. Ma, poiché è accecata dall’idea di essere “innocente” e di desiderare l’amore, non riesce a vedere in quanti e quali modi riesca a rendersi insopportabile, temibile e persino di fatto pericolosa.

Purtroppo, spesso, e per la stessa motivazione, attacca e fa fallire anche la psicoterapia, ritrovandosi di nuovo sola e in balia dei suoi incontrollati impulsi. La donna con questa struttura caratteriale dovrebbe dunque fare molta attenzione ai suoi incoercibili attacchi di rabbia; perché è soprattutto nella buona gestione dei sentimenti ostili — più o meno arbitrari — che si gioca la partita della salute.


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