Affettività e amore — Sito di
Psicologia di Nicola Ghezzani

Dipendenza affettiva maschile

Una testimonianza

Caro dott. Ghezzani,
mi chiamo F. ho 27 anni e le scrivo di A.. Improvvisamente non solo mi sono ritrovato in una situazione di relazione sentimentale interrotta ma probabilmente mi sono altrettanto improvvisamente reso conto di essere preda della dipendenza affettiva.

Ecco la storia. Quasi tre anni fa avevo conosciuto una ragazza tramite internet. Fin dall’inizio c’è stata una reciproca scoperta di compatibilità e cose in comune che ha caratterizzato l’inizio del rapporto. Poi in lei sono sorti i primi dubbi su alcune mie attitudini. Superati soprattutto grazie ai miei interventi, al tamponare le falle che lei di volta in volta apriva e che hanno assopito i suoi primi tentativi di lasciarmi.

Poiché lei soffre di bassa autostima e di problemi con l’alimentazione (e mi pare di avere capito questo può configurare una sorta di co-dipendenza) mi dicevo che si comportava cosi per autolesionismo, voleva allontanare una cosa bella, ossia il nostro rapporto, per punirsi. Di conseguenza giustificavo qualunque cosa dicesse o facesse per salvare il rapporto. Rapporto che comunque era fatto di momenti molto intensi sia passionali che mentali. Infatti nella parte centrale del rapporto non ci furono più scossoni di questo tipo. Solo che il suo problema con il cibo e con il peso oltre a portarla da una dieta fallimentare all’altra, la portava anche in stati di forte depressione che inevitabilmente si ripercuotevano nel nostro rapporto. Spesso ho provato a sostituirmi in lei nelle cose che doveva fare: la spingevo a provare diversi psicoterapeuti anche se non sembrava convinta, le davo consigli, insomma pur di starle vicino, di aiutarla andavo un po’ oltre quello che probabilmente dovevo fare e sconfinavo nell’invadenza. Forse anche perché anch’io non ero soddisfatto esteticamente del suo sovrappeso e volevo tornasse quella di un tempo, anche se l’avrei accettata comunque.

Commento

In questa prima fase dl rapporto, l’amico F. fa di tutto per ignorare i segni di disagio della sua compagna. In particolare, attribuisce alla di lei “malattia” la causa della crisi in atto. In sostanza, non vuol vedere la realtà, idealizza il rapporto e allo stesso tempo invalida le sensazioni critiche della ragazza, inducendo in lei una sostanziale dipendenza (sia sul piano pratico che sul piano estetico, dove si erge a arbitro della sua bellezza). Quindi, da una parte le provoca insicurezza, dall’altra diviene per lei un tutto-fare, il “compagno indispensabile”, un analogo al maschile dell’infermiera che molte donne diventano per l’uomo allo scopo di generare in lui una dipendenza. Per molti, infatti, la dipendenza indotta nell’altro è qualcosa di meno minaccioso della propria, che resta nascosta; ed è sempre qualcosa di molto meno minaccioso rispetto all’amore.

Dall’altra dicevo con lei che certe coincidenze rarissime che ci capitavano e che erano legate a cose per noi speciali, particolari che conoscevano solo noi non erano che il segno di un amore gemellare, di un qualcosa che non ci avrebbe mai diviso. Forse lo dicevo a lei per convincermene io. Come se il caso od il destino ci volesse ricordare che eravamo fortunati a stare insieme e che dovevamo accorgercene di questo legame così profondo.

Lei manifestava abbastanza spesso il suo amore e cosi facevo anch’io. Ma nelle sue oscillazioni di umore, frequenti quanto tempestose, sapeva anche essere molto drastica e negare molto di quanto mi sembrava ci stesse capitando di buono. Soprattutto il fatto che lei a volte volesse trattare la nostra come una relazione normale, come quella di chiunque altro negando il suo carattere gemellare e speciale mi faceva arrabbiare.

Anche la distanza non aiutava (abitiamo in città diverse, sebbene vicine), ma anche questo avevo l’impressione ci forgiasse. Lei fa l’infermiera, io il giornalista in una TV locale. I miei giorni liberi li gestivo in funzione dei suoi turni e dunque il tempo che rimaneva per stare con me stesso c’era solo e soltanto se lei magari in quel momento lavorava.

La crisi vera compare un mese fa.

Dopo vari tentativi, lei mi dice finalmente di essere pronta ad andare a convivere. Fin dall’inizio lei mi aveva manifestato la volontà di ristrutturare la mansarda sopra casa sua. Io le dicevo che a me questa soluzione non piaceva molto per due motivi: primo perché non saremmo stati liberi e soli del tutto (visto che lì abitano i suoi genitori), secondo sarebbe stato impossibile per me continuare a fare il lavoro dei miei sogni ed abitare da lei, fare avanti e indietro con la macchina tutti i giorni un’ora e 10 all’andata ed altrettanto al ritorno. Questo suo desiderio scompariva e ritornava. Io lo addebitavo al rapporto conflittuale che aveva instaurato con i genitori, come causa a sua ammissione del suo malessere. Il fatto che non si fosse mai sentita considerata dal padre.

Quando mi dice di sentirsi pronta a convivere andiamo a vedere due case a metà strada, nella mia ottica per permettere a tutti e due di continuare a fare lo stesso lavoro. Una soluzione comunque più facile per lei visto che a me sarebbero toccati 40 km di statale ed a lei 30 di superstrada. Ma non mi sarebbe pesato pur di stare con lei.

Lei sembra felice della casa trovata. Il giorno dopo mi sembra entusiasta a voce mi dice delle cose che vorrebbe portarci ed altre cose organizzative. Il giorno ancora seguente è il momento in cui deve dirlo ai suoi. E quando lo dice al padre lui si blocca e scoppia. Da quello che so lui si sarebbe messo a piangere e forse ha innescato in lei l’ennesimo senso di colpa. Cosi mi chiama e mi dice che mentre diceva al padre la nostra decisione si è resa conto che non fosse quello che voleva veramente. Che il suo sogno è sempre stato quello di abitare nella mansarda dei suoi. Io sostengo che è solo la sua insicurezza di uscire di casa, di mantenere lo status quo, che per lei di fatto non sarebbe cambiato niente.

Ecco che la ragazza manifesta una sua volontà: vuol vivere accanto ai genitori. Il padre è un uomo a lei molto legato che non sopporta l’idea di una separazione. La ragazza è molto dipendente dai genitori, ma lui, F., non riesce ad andarle incontro, la vuole tutta per sé, non ammette che la separazione dai genitori possa avvenire per gradi. Ai dubbi che lei aveva sin dal principio, si aggiunge ora questo duello, per il quale lui la vuole autonoma dai genitori, lei lo vuole sottomettere a una vita in comune con loro. Nessuno dei due è in grado di rinunciare alla propria volontà a favore del legame, nessuno dei due riesce a mediare.

Visto che lei non si sente in grado di venirmi incontro, pensa di non amarmi come io amo lei. E cosi chiede il fatidico periodo di riflessione. Il dolore per me è troppo grande. Non resisto e cosi il giorno dopo questo racconto mi precipito da lei in ospedale. Altre volte aveva funzionato. Stavolta sembra irreprensibile e cinica, mi respinge, dice che non voglio sentire la sua esigenza di stare da sola. Me ne vado sconsolato. Passano due giorni da panico, io pieno di vita, ottimista, mi ritrovo con un dolore al cuore ed allo stomaco lancinante da rimanere soffocati, cosa che ho tuttora. Non resisto ancora, e la vado a trovare tre giorni dopo a casa. Lei è malata. Pur di calmare le acque le dico che non posso stare senza di lei e che sono disposto a realizzare con lei il suo sogno anche se ho dei dubbi sul fatto di poter convivere sopra casa sua. Lei piano piano si scioglie. Facciamo l’amore con passione. Ci salutiamo.

Nei giorni seguenti piano piano tutto sembra tornare come prima. Sono altri giorni intensi di passione e di amore. Ogni tanto però lei torna a chiedermi se sono sicuro di quello che le ho detto, non so cosa rispondere, cerco di sorvolare. Finché si arriva a sabato scorso: sono a casa sua e l’argomento ritorna. Mi dice che lei non vede futuro perché vogliamo due cose diverse. Io le dico però che se accetto di abitare da lei tutto si sistema e che quindi mi sembra inaccettabile la sua proposta: «o vieni da me o chiudiamo». Scoppio in lacrime, lei anche. Sto per andare via, ma un ultimo abbraccio fa ancora rientrare tutto.

Finché giovedì scorso dopo una nostra lunga ed apparentemente normale chiacchierata al telefono, lei scompare e per alcune ore non si fa trovare. Finché di notte con un SMS mi dice che non vuole parlare e che vuol rimanere da sola. Stavolta mi dico che non posso rincorrerla ancora anche per un fatto di amor proprio. Ieri mi scrive un SMS dicendo che il padre, ancora ignaro, le ha chiesto se mi poteva interessare un lavoro nella loro città e che lei gli ha risposto che io voglio rimanere nella mia e che non andrò mai ad abitare da loro. Lei sa benissimo, anche se spesso ha fatto finta di dimenticare, quanto sia importante per me il mio lavoro, come passione pura fin dall’infanzia e che non è un lavoro che posso spostare altrove.

Qui F. si scopre e dice quale sia l’effettivo valore che ha dato al rapporto. F. tiene molto di più al suo lavoro, il che non è una cosa negativa, anzi. Il punto è che il rapporto con la ragazza non è la sua scelta primaria; esiste in subordine alle sue scelte pregresse. F. è un giornalista, quindi potrebbe trovare una nuova testata per cui scrivere, o anche scrivere sulla stessa testata sobbarcandosi l’impegno del viaggio, non lunghissimo. Eppure non lo fa. Resiste alla volontà della compagna, così come questa, esprimendogli in modo perentorio il desiderio di stare coi genitori si oppone a lui.

Ora sono in pieno dolore prima per avere perso lei ed ora anche per avere scoperto che forse soffro di sindrome da abbandono (i miei genitori sono separati dalla mia nascita), di dipendenza affettiva, e questo chiaramente pone ombre non solo su questo rapporto, ma anche su quelli futuri.

Sono passati solo tre giorni, ma sto malissimo. Tutto ha perso senso, mi sento soffocare, mangio a fatica, quando il dolore sembra attenuarsi ritorna ancora più forte. Piango a dirotto ma non da solo, lo stimolo mi viene con mia madre o mia nonna, forse perché so che sanno tutto.

Il lavoro distrae ma con un fardello del genere è pesantissimo, specie perché devo fare finta di niente, non voglio lasciar trasparire niente. Sono stati anni in cui mi sono concentrato solo su di lei, a parte un’amicizia, non ne ho altre, ho puntato tutto sulla coppia, come terreno da cui avere il tutto che mi serviva per essere felice e sereno.

Mi chiedo se non dovesse passare questo stato cosa posso fare, dopo quanto tempo è giusto ricorrere a qualche aiuto esterno?

La conclusione della lettera aggiunge nuovi particolari. L’amore che muoveva F. verso la ragazza era un tentativo, disperato, di affrancare la sua vita da altre forme di dipendenza, analoghe a quelle che lei opponeva a lui. F. piange e si dispera solo quando è in compagnia della madre della nonna. È come se volesse segnalare loro un disagio che le riguarda più da vicino di quanto non appaia. F. ha con loro un legame di nascosta dipendenza, avrebbe voluto portare una ragazza nella sua vita — da condividere con madre e nonna, così come la ragazza con i suoi genitori — allo scopo di sentirsi meno prigioniero, privo di un senso proprio, personale, con cui vivere la vita. E nel momento in cui, a causa delle sue resistenze, perde la ragazza, è disperato. Si sente soffocare, sepolto sotto l’affetto che ha per le due donne; mangia a fatica, opponendo un rifiuto al cibo e alla convivialità; la sua vita — senza vere motivazioni personali — gli appare insensata. La rottura gli rivela la povertà della sua individuazione, la sua immaturità psichica. Dice:

«Sono stati anni in cui mi sono concentrato solo su di lei, a parte un’amicizia, non ne ho altre, ho puntato tutto sulla coppia, come terreno da cui avere il tutto che mi serviva per essere felice e sereno.»

Non tutto il male viene per nuocere. In questo caso, la fine di un improbabile amore può aiutare entrambi, uomo e donna, a emanciparsi dai legami pregressi, perché questa emancipazione è il presupposto perché possa nascere un vero amore.

La psicoterapia dovrebbe essere intesa a favorire in entrambi l’analisi dei rapporti primari (familiari) nei quali sono ancora invischiati. Mostrare loro l’ambivalenza che regge ogni dipendenza, favorendo così la liberazione dai sensi di colpa, l’aumento dell’autostima necessaria a promuovere l’indipendenza e, infine, una individuazione sana dei propri bisogni, inclusi quelli affettivi in grado di produrre ulteriore maturazione. Alcuni mesi di lavoro sull’ambivalenza primaria e sul senso del sé sono, in casi di tal genere, la misura giusta per avviare questo processo di rinnovamento.


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