Affettività e amore — Sito di
Psicologia di Nicola Ghezzani

Intervista a Nicola Ghezzani su amore, passione, dipendenza affettiva

di Lara Cardella, per il blog omonimo

Domanda: Lei parla di “amore passionale”, descrivendo quel particolare tipo di legame che potremmo chiamare dipendente. Ma si può chiamare “amore”?

Risposta: No, in effetti non è questa la mia teoria. Ho elaborato la mia teoria dell’amore e dei sentimenti di relazione nel corso della stesura di cinque libri: Volersi male (2002), Quando l’amore è una schiavitù (2006), L’amore passionale (2010), La paura di amare (2012) e Grammatica dell’amore (2012). Nei miei libri io distinguo nettamente la dipendenza affettiva dall’amore passionale. L’amore passionale (o amore erotico) si realizza allorché sentiamo il bisogno di superare il nostro io per entrare nell’estasi erotica, quindi, successivamente, il bisogno di superare il nostro interesse egoistico per andare verso il bene della persona amata. Quando questa unione perfetta (che può durare alcuni istanti o una vita intera) si realizza, abbiamo la percezione che la nostra vita e il mondo intero siano cambiati. Si realizza ciò che Francesco Alberoni nella sua opera ha chiamato Stato nascente (con Alberoni collaboro al progetto editoriale “La scienza dell’amore” e stiamo per fondare una Associazione sullo studio dei sentimenti di relazione e della coppia). Lo stato nascente è un fenomeno simile alla rivelazione ed è proprio dell’innamoramento come anche delle rivoluzioni mistiche o sociali. In stato nascente noi siamo felici, gioiosi, non proviamo né angoscia né odio.

La dipendenza affettiva è invece una infatuazione (quindi non è amore) dai tratti ossessivi e paranoici. La persona della quale siamo infatuati è quella sbagliata, ma non riusciamo ad ammetterlo, sicché ci ostiniamo a volerla possedere, talvolta fino alla soppressione nostra o della persona desiderata. Cioè fino al masochismo o al sadismo persecutorio. I sentimenti che la accompagnano sono di desiderio ansioso e febbrile e di angoscia, di delusione e di odio.

D: Il problema della dipendenza affettiva è “esploso” con Robin Norwood e Donne che amano troppo: crede che da allora più donne abbiano preso coscienza della patologia e gli uomini ne sono affetti allo stesso modo?

“Donna alla stazione”, fotografia di Helmut Newton R: Il libro della Norwood ha avuto il pregio di mostrare al mondo intero l’esistenza di una patologia della dipendenza amorosa. Naturalmente, i tecnici la conoscevano già, ma il libro, grazie alla potenza del mercato (che è dominato dalla cultura anglosassone), l’ha rivelata a tutti e alla donne in modo particolare. La Norwood, però, non riesce a fare una psicodinamica del fenomeno, si limita a descriverlo attraverso la sua casistica, che è molto ricca e molto drammatica. Si tratta di casi femminili, perché sono i più visibili e spesso i più drammatici. Ma ne esistono tantissimi maschili, che la Norwood ignora. Sono di due tipi: una dipendenza affettiva passiva, obbediente, remissiva (come la gran parte di quella femminile); e una invece aggressiva, possessiva, manipolatoria, talvolta violenta.

La dipendenza affettiva va il più delle volte letta come co-dipendenza, e unisce in un nodo complesso due partner con disturbi complementari. La co-dipendenza è un fenomeno ampio e prevede sia il caso “tipico” in cui un uomo perseguita una donna, ma anche il caso in realtà non meno frequente (anche se di solito meno tragico) in cui la donna è aggressiva e manipolatoria e l’uomo remissivo.

D: Lei parla di dipendenza che ha le stesse fattezze di una droga, con conseguenti crisi d’astinenza (Norwood ne parlava metaforicamente e rivolgendosi principalmente all’alcool), ma diverge la soluzione al problema: lei non dice di allontanarsi dalla sostanza tossica ma di cercarla dentro di sé: crede che questi due approcci differenti significhino che Norwood elimina il sintomo, lei la malattia? E quanto può essere pericoloso attuare questo percorso da soli?

R: La Norwood non ha un suo specifico percorso psicoterapeutico, in realtà si affida alla già affermata tecnica dei “dodici passi”, che in principio, alla sua nascita, riguardava solo i casi di alcolismo. Io ho ideato un metodo psicoterapeutico specifico, che cerca di individuare il nodo di paura e di colpa relativo al riconoscere l’errore di idealizzare la persona sbagliata, di giudicarla per ciò che è e di abbandonarla. La separazione è resa ardua da angosce, spesso di natura infantile, relative all’atto di negare la validità dell’amato, di giudicarlo come la persona sbagliata, e infine di rifiutarlo. Cose che non si sono potute fare nemmeno con uno o l’altro genitore, subìto e idealizzato. Ma la mancanza di questo processo di verità ha prodotto nel bambino e poi nell’adulto una personalità ostinata e remissiva allo stesso tempo, impaurita dalla propria lucidità e dalla propria libertà. In questo senso guarire non significa semplicemente allontanarsi dall’agente patogeno, ma maturare, crescere, conoscersi, padroneggiare fino in fondo la propria vita emotiva.

Il percorso di guarigione si può fare da soli? In qualche misura sì. Ci vuole molto coraggio e accettare il rischio di sbagliare molte volte. Ma non è proprio per questo che esistono i tecnici, cioè per aiutarci ad evitare di sbagliare e di soffrire ancora? L’ostinazione a fare da soli potrebbe essere parte del problema stesso.

D: Parlando di dipendenza affettiva lei sostiene che un rapporto ha componenti di odio che devono essere esternate, rese chiare innanzitutto a sé stessi: qualunque rapporto è un misto di odio ed amore o solo quelli patologici?

R: Un pizzico di odio può esistere anche nei rapporti sani. Quando pensiamo che l’amato ci si neghi in modo intenzionale, oppure quando siamo gelosi. Ma l’odio nell’amore vero può esistere solo come odio per il mondo, per qualcosa di esterno alla coppia, se no la coppia muore. Nella dipendenza affettiva invece l’odio per il partner c’è sempre: perché la persona desiderata è anche quella sbagliata, quindi l’odio nasce dalla delusione, ma da una delusione non ammessa e trasformata in volontà di possesso o di vendetta.

D: Dopo aver fatto chiarezza sulla natura del rapporto lei parla di “veridizione” come ultimo passo: questo dialogo con il partner è sempre necessario? Anche dopo aver capito che la relazione è deleteria?

R: La veridizione è una antica tecnica filosofica e ha senso finché colui al quale diciamo la verità è per noi una autorità sovrana. È un atto di onestà intellettuale e morale che necessita che l’altro sia per noi importante e che noi vogliamo cambiarlo. Quindi ha senso finché noi amiamo il nostro partner o comunque desideriamo ristabilire attraverso di lui una verità etica. Quando il rapporto cessa di essere importante è fondamentale riconoscere questo annullamento, questa fine, quindi diviene inutile continuare il confronto. Se no, se non lo facciamo, stiamo mentendo a noi stessi, ci stiamo ingannando rispetto all’effettiva importanza che quella persona ha per noi.

D: Che cosa contraddistingue un rapporto sano? La sua realizzazione avviene attraverso una negoziazione continua?

R: nella prima fase non c’è negoziazione, c’è solo identità perfetta, due esseri umani fusi in uno. Quindi armonia assoluta. L’estasi erotica ce lo rappresenta con una chiarezza totale. Questa armonia assoluta è il fondamento dell’amore, se non la si è sperimentata, l’amore non c’è. Poi, in una seconda fase, ciascuno ha la facoltà di rientrare in se stesso, nella sua identità. Qui è necessario capire che siamo di nuovo in due, uniti ma anche separati. Quindi per ricomporre l’unità originaria, dobbiamo negoziare. E saperlo fare. È qui che, in genere, i rapporti falliscono. C’è troppo individualismo, orgoglio, facilità ad accusare l’altro: una volta usciti dall’anima dell’altro non ci si vuole più rientrare. Negoziazione significa che mi muovo dall’altro per arrivare a me, non il contrario.

D: La parte più interessante, a mio avviso, del suo lavoro sui sensi di colpa e le forme di dipendenza che portano al masochismo è il porre la radice del problema non nell’individuo (con i suoi presunti o veri traumi) bensì nella società, soprattutto per ciò che concerne il ruolo della donna: cambiare quest’ordine non diviene così molto più complicato investendo la società tutta? Come può il singolo contrapporsi ad un intero sistema?

R: Come ho detto, non è solo la donna ad essere dipendente, lo è chi vuole amare, ma non si rende conto che per amare occorre totale disponibilità ad essere liberi e a lasciar libero colui che si ama. Amare significa saper individuare qualcuno che vuole il tuo bene, quindi che vuole che tu sia libero, libero di essere e di esprimerti, e fare lo stesso con lui. Questo vuol dire che nella nostra psiche c’è un’antitesi netta fra amore e servitù sociale. L’amore nega la servitù sociale, nega che il proprio amato possa essere asservito a chiunque, anche a colui che l’ama. L’amore è liberazione.

Al contrario, la dipendenza affettiva perpetua la servitù dietro l’apparenza dell’amore. In questo caso colui che “ama” desidera legare a sé il suo amato, non lo vuole libero e felice, lo vuole a suo servizio. Ed è disposto ad essere il suo servo pur di ottenere la sua servitù. In questo senso la dipendenza affettiva colpisce soprattutto le donne: esse sono state educate sin da piccole (e da millenni) a barattare la propria libertà con la certezza del legame, con la sicurezza. L’asservimento della donna a questo modello è visibile nel corso della storia, quindi in un mio libro, Quando l’amore è una schiavitù (2006), lo ho trattato con dovizia di particolari. L’asservimento dell’uomo è meno visibile, ma esiste anche quello.

D: Ha l’impressione che i legami di dipendenza siano divenuti molto più diffusi nella società attuale? Se sì, quale spiegazione dà del fenomeno?

R: Nel mondo contemporaneo, mondo economicista e competitivo, c’è molto più individualismo; quindi, come ho suggerito in La paura di amare (2012), la paura di restare soli con il proprio egoismo spinge le persone ad accettare qualsiasi legame, anche quelli sbagliati. A questo punto, la difficoltà di ammettere l’errore compiuto e il senso di colpa relativo alla tentazione di abbandonare il partner sbagliato costringono a perpetuare il legame. Allora il conflitto interno fra il ritorno all’egoismo solitario e la dipendenza affettiva diventa un’ossessione senza via d’uscita. Un “gioco senza fine”.

D: Alle persone che soffrono di questa patologia quali sono, secondo lei, i consigli da dare che leniscano il dolore? In sostanza, come ci si disamora? Con il tempo, con la distanza, occupando la mente con altro, razionalizzando?

R: mettendo a fuoco la differenza fra amore e infatuazione. Chi ha conosciuto l’amore almeno una volta nella vita (le assicuro che si tratta di un evento più raro di quanto si pensi) sa che l’amore è estasi, gioia, felicità. Nel vero amore l’angoscia di perdita viene lenita dall’amante, che innanzitutto desidera il bene del suo partner, quindi non lo tormenta mai. Anzi, se può, gli risparmia ogni pena, ogni sofferenza, esita persino a rimproverarlo quando è giusto. Nell’infatuazione ossessiva invece la sofferenza è costante e anima fantasmi di odio: odio di se stessi o dell’altro.

Quindi, primo consiglio, innanzi tutto mettere a fuoco che si tratta di infatuazione, di un legame ingannevole e patologico. Poi, secondo consiglio, occorre focalizzare il divario fra i propri bisogni e ciò che il partner può o vuole dare: la asimmetria del rapporto, l’oggettiva riduzione in schiavitù. Poi, terzo consiglio, si tratta di cogliere l’analogia con esperienze del passato, anche non erotiche (come il rapporto con un genitore). Infine, bisogna saper confidare sulla capacità dell’amore di cercare nuovi oggetti, quindi sull’impossibilità della solitudine (che è tanto temuta).

Questo che ho descritto è il processo in termini molto generali; è ovvio che la tecnica è complessa e articolata e non si può descrivere in poche righe. Per questa, rimando ai miei cinque libri, che ho già citato.

D: Nei suoi scritti parla spesso di libertà e di realizzazione di sé: non teme che si possa arrivare alla totale anarchia sociale?

R: Bisogna distinguere fra libertà e liberismo, fra individuazione e individualismo. Sono cose totalmente diverse. L’individualismo e il liberismo sono ideologie secondo le quali l’altro essere umano è un limite alla mia libertà, quindi per essere libero io posso solo o negare l’altro essere umano e fare a meno di lui, oppure, peggio, asservirlo ai miei bisogni. In questo senso la libertà si configura come anarchia totale e lotta di tutti contro tutti (questa visione del mondo giustifica Hobbes a suggerire la necessità di uno Stato forte). Al contrario la libertà umana implica in se stessa l’integrazione con l’altro essere umano. Essere libero di amare significa aver bisogno di un altro essere umano; essere libero di star solo significa avere dentro di me l’umanità che mi fa compagnia anche in solitudine. In questo senso, il concetto junghiano di individuazione implica la consapevolezza che la libertà non è nulla senza la società nella quale posso effettivamente esprimerla. Per questo nei miei libri ho corretto il concetto junghiano con l’idea che esistano anche una individuazione duale e una sociale, cioè una realizzazione personale che mi vede coinvolto assieme a una persona amata o a un gruppo.

D: Fra le tendenze masochiste in qualche modo lei cita la promiscuità, quale tentativo apparente di libertà della donna: la sessualità non dovrebbe essere, secondo lei, vissuta senza coinvolgimenti affettivi?

R: La sessualità può essere vissuta senza coinvolgimento affettivo, ma non necessariamente “deve” esserlo. Sessualità senza coinvolgimento vuol dire piacere edonistico, erotismo, orgia. Non ha nulla a che fare con l’amore, che invece necessita di un coinvolgimento totale, di una “libera schiavitù”. Non c’è niente di sbagliato né in una cosa né nell’altra, ma la confusione tra i due fenomeni è servita solo a censurare l’esistenza dell’amore e a creare un’umanità cinica e solitaria. Come aveva ben intuito Michel Foucault prima di morire, che su questo concetto aveva fondato la sua analisi biopolitica della sessualità moderna.

D: Uomini e donne sono diversi e i loro “ruoli” sono decisamente cambiati negli ultimi anni: esistono dei nuovi ruoli in cui possano identificarsi o bisogna pensare a modelli dinamici e sempre intercambiabili?

R: L’intercambiabilità è meno importante della reciprocità. Il mito moderno della intercambiabilità è una forma sottile e “politicamente corretta” di riproposizione della schiavitù. Lo schiavo è intercambiabile, l’essere umano libero è invece unico e insostituibile. Nell’amore questa unicità è la base della reciprocità. Nell’amore abbiamo bisogno di quella persona che ci completa e ci è complementare, non di un’altra. I coniugi senza amore e gli schiavi sono complementari fra loro e col padrone, e sono intercambiabili. Servono l’uno all’altro e possono essere sostituiti. Gli amanti sono complementari, ma non possono mai essere sostituiti, mai. L’amore esalta l’unicità della persona, il suo valore assoluto.

D: Si può guarire in maniera definitiva dalla patologia della dipendenza amorosa e, se sì, questo percorso include una psicoterapia individuale? I gruppi di sostegno che ci sono nei social network o i vari manuali in libreria sono realmente d’aiuto?

R: È la ricchezza della coscienza, della consapevolezza, che ci guarisce. Più siamo ricchi di consapevolezza sulla vita, sui sentimenti, sulle passioni, più siamo liberi. Quindi va bene tutto, psicoterapia, gruppi di mutuo aiuto, social network, lettura. Purché ampli la nostra coscienza e ci renda liberi dall’ovvietà e dalla povertà delle soluzioni.

Come psicoterapeuta dico che in certi periodi difficili della nostra vita è bene sapersi affidare a una guida illuminata: l’apprendimento e l’imitazione sono alla base della natura umana. Bisogna avere fiducia in questa nostra capacità di apprendere e di migliorarci attraverso l’esempio di amici e di maestri. Allora uno psicoterapeuta, un compagno di gruppo, un buon libro possono essere il “maestro spirituale” giusto, quello che attendevamo, la sciabolata di luce nel buio fitto dell’ignoranza. L’importante è che l’insegnamento arrivi sempre – appunto – grazie al medium dell’amore. Per approfondire questi e altri argomenti, invito a leggere, oltre che i miei libri, anche i miei siti.


Per porre domande, proporre testimonianze, partecipare al sito, prendi contatto con il dott.
Per segnalazioni e suggerimenti tecnici è possibile inviare una e-mail all’

Copyright © 2003–2017 Nicola Ghezzani. Tutti i diritti sono riservati. È vietata la riproduzione totale o parziale senza il consenso scritto.

Questo sito è stato visitato

joomla statistics
volte, a partire dal 10/11/2009.

Creato da Daniele Buccheri

Mantenuto ed aggiornato da Francesco Napoleoni

Valid XHTML 1.1 CSS Valido!