Affettività e amore — Sito di
Psicologia di Nicola Ghezzani

Dipendenza affettiva e omosessualità maschile

Una testimonianza

(da una mail)

Gentile dott. Ghezzani,
sono un uomo di 33 anni, sono omosessuale e sono stato vittima prima della depressione, poi della dipendenza affettiva.

Sono cresciuto in una famiglia molto tradizionalista, contadina, con un padre afflitto da depressione, ma autoritario, ed è stata dura per me accettare l’omosessualità; ricordo che da bambino avevo pensato di farmi prete, per non essere costretto a sposarmi.

Ero un bambino religioso, sensibilissimo, molto solo, portato per lo studio.

Verso i vent’anni, il primo disperato innamoramento per un uomo sposato, per il quale ero stato solo una semplice avventura: la vera “passione” intessuta di odio e — ora lo capisco — di invidia, che lei descrive così bene nei suoi libri.

Ne sono uscito con la convinzione — che nutro tuttora — che il rapporto omosessuale sia fondamentalmente basato sul sesso fugace e che avrei dovuto semplicemente adeguarmi.

Negli anni successivi ho vissuto una relativa serenità, anzi una specie di euforia: mi aspettavo solo sesso e andava bene così.

Due anni fa però, ho cominciato a sentirmi solo e depresso, a pensare che, forse, da qualche parte, avrei potuto trovare la “persona giusta”. Vorrei precisare che per me il rapporto d’amore omosessuale è inaccettabile nella sua forma corrente: coppie aperte, tradimenti più o meno nascosti, compromessi di ogni genere; per me, un amore vero si deve basare sul rispetto reciproco e sull’esclusività sessuale, nè più nè meno che nelle coppie etero in cui ci si ama, senza le idealizzazioni di cui lei parla così bene. Le assicuro di non avere mai conosciuto finora nel mondo gay maschile un rapporto di questo tipo.

Avevo “deciso” di trovare un uomo così e alla fine l’ho “trovato”: conosciuto in una chat, bell’uomo, libero professionista, apparentemente forte, equilibrato, brillante.

Diceva — ma non era vero — di avere avuto un figlio da un matrimonio precedente. Lui risiedeva in un’altra città.

È inutile descrivere i passaggi di questa storia: sono tutti puntualmente descritti, con una precisione stupefacente, nel suo libro Quando l’amore è una schiavitù, fino allo stalking.

C’è stata la collusione sadomasochistica, i ruoli si sono anche più volte ribaltati: dopo essere stato costretto persino a cambiare il numero di telefono per colpa mia, lui si è riconciliato con me, una della ennesime riconciliazioni, ma secondo me, la più sincera. Messo con le spalle al muro, è stato costretto a confessare le sue bugie e la volontà, da lui sempre negata, di “tenermi sulla corda”, solo perché se ne sentiva gratificato. Documentandomi su internet, penso di poter trovare in lui i tratti di quello che si chiama “disturbo narcisistico della personalità”.

Adesso io ho il timore che questa riconciliazione sia semplicemente il continuo della collusione sodomasochistica: non mi sembra sano e normale che lui mi abbia perdonato tutte le mie vendette (atroci e me ne vergogno tanto, però anche tanto salutari per il mio amor proprio, dopo tante umiliazioni). E c’è scritto che il narcisista difficilmente può cambiare.

Che devo fare? È possibile incanalare questa dipendenza che ho vissuto in una semplice amicizia, che non ha più niente di morboso o non ne sarei capace? La Norwood dice che non è possibile, che è solo una momentanea tregua prima di ricominciare la “nera danza della morte” e, in fondo, penso che abbia un po’ ragione... è normale da parte sua perdonare chi ti fatto così male, quand’anche si sia consapevoli di averne fatto a propria volta tantissimo?

Ho letto anche i libri della Norwood e spero — almeno a livello cosciente — di avere rinunciato alla “sindrome della bella e la bestia”.

So che lui non è più “il dio della mia religione privata” (come lei, dott. Ghezzani, scrive nei suoi libri).

Che cosa mi consiglia di fare? Cosa posso fare adesso?

Ora credo di pensare a lui in modo controllato, quindi più sano, anche se continuo a desiderarlo. Devo ammettere che averlo visto soffrire mi ha fatto deporre le armi, mi ha fatto sentire in pareggio, abbastanza fiero di me, di avere rivendicato il mio orgoglio dopo tante prese in giro.

Con molta stima
V.

Fin qui la testimonianza. Ecco ora la mail di risposta che inviai a V.

Caro V.,
ciò che mi racconta mi è noto per i racconti fattimi da molti uomini nella sua stessa condizione: tra maschi omosessuali è raro che si crei una coppia stabile e “fedele” (dove per “fedeltà” intendo un certo grado di rispetto — e quindi anche di affetto — per il partner). Tuttavia, mi pare onesto farle notare che nelle consuetudini omosessuali femminili la coppia stabile esiste. A mio avviso, ciò accade perché le donne accettano con più naturalezza quell’“abbandono” all’amato/a che il tratto è tipico dell’amore.

Dunque, le consuetudini omosessuali maschili costituiscono una minoranza nel contesto amoroso umano. Occorre prenderne atto e capire perché.

Penso che ciò accada per una esasperazione dei tratti psicologici che oggi definiamo ”maschili”, centrati tutti sulla logica del ”più forte”. L’omosessuale maschio porta al massimo grado quella paura così tipicamente maschile di cadere nelle mani di un altro per eccesso di fiducia, come sempre accade — non può non accadere — nella relazione d’amore. Da qui, da questa paura, deriva il rifiuto “fobico” del legame stabile e della passività psichica. Questa logica “contro-affettiva”, “contro-dipendente”, ha due evoluzioni possibili: la prima è la promiscuità, nella quale si giocano contatti brevi, spesso effimeri, che non consentono l’attivazione di dinamiche affettive profonde, quindi eludono ogni possibile sofferenza d’amore; la seconda è il sadomasochismo, ossia la relazione durevole ma “isterica”, nella quale chi mantiene il controllo su di sé — quello dei due che resta “freddo” — si compiace della dipendenza dell’altro e lo seduce, lo maltratta, lo umilia, lo abbandona e poi lo riprende a suo capriccio, godendo della propria maggior “forza”.

Molti omosessuali dal carattere mite e affettivo, soprattutto giovani, si tengono alla larga dall’“arena” sessuale proprio per non cadere né nella promiscuità, né nelle mani di un ”predatore” di tale natura.

Mi pare evidente che lei non abbia voluto “adattarsi” agli usi “maschilisti” in voga nelle comunità gay maschile e rivendichi invece una vita di coppia basata sull’affettività e sull’amore. Questo fa di lei un omosessuale maschio atipico, ma non per questo “sbagliato”. Lei non se la sente di degradare in una vita di soli contatti fisici le ricche potenzialità di rigenerazione proprie dell’amore. Il suo è un rifiuto istintivo, dovuto al suo carattere sensibile e introverso; ma è un rifiuto che con la sua determinazione la avvicina a moltissime donne che comprendono d’istinto il valore dell’amore e ad ogni uomo “maturo”.

Gli episodi di dipendenza affettiva (fino allo stalking) in cui è incorso sono gli stessi che ho riscontrato in altri gay e in tutte le donne affette da questa insidiosa “patologia”. La rabbia di essere stati umiliati restringe il campo visuale al solo amato, al responsabile del maltrattamento, perché solo lui, essendo il giudice spietato di questa “condanna”, può risolverla restituendo autostima e sollievo. Purtroppo però non si tratta più di amore: si tratta ormai di una mera ossessione, che miscela il “bisogno di conferme” (una attrazione magnetica, interpretata come amore) con l’odio (palese nella violenza con cui si costringere l’altro ad amare o comunque a subire l’amore). In estrema sintesi, si tratta di una disperata vendetta per il patito abbandono.

Le sconsiglierei di accettare il ”perdono” da parte del suo ex, che forse è solo una tattica per controllare un ”pentito”. Le consiglio invece di fare qualunque cosa aumenti e stabilizzi la sua autostima, di dedicarsi a se stesso e, nell’amore, di evitare le dinamiche e le persone con le quali il ciclo rottura-sofferenza-ritorno sia continuo e ossessivo. Si muova cercando e ottenendo il suo modello di amore, incentrato sul rispetto (prima che l’odio si instauri stabilmente nel suo carattere e nelle sue relazioni sessuali).

Eviti insomma di interpretare come amore la relazione che genera passione e supplizio in uguale misura.

Un saluto cordiale,
Nicola Ghezzani


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