Affettività e amore — Sito di
Psicologia di Nicola Ghezzani

La dipendenza affettiva: una testimonianza

Testimonianza di M.

Superficie

Ho 41 anni, sono sposata da 13 anni con un uomo di 48, del quale ho grande stima e al quale voglio molto bene. Abbiamo una splendida bambina di 9 anni, siamo abbastanza tranquilli dal punto di vista economico, una bella casa nel verde.

Primo strato

Quello fra me e mio marito è stato ed è un lungo rapporto, molto stretto, ma molto difficile.

Mio marito ha una sessualità molto complessa, io meno (quando riuscivo ad averla...).

Quando avevo 35 anni, mi ha invitata, me consenziente e divertita, a provare ad avere altri uomini. Così ho avviato una relazione con un uomo di Roma, durata in tutto più di due anni, vedendoci pochissimo. Mio marito si divertiva e si eccitava ai miei racconti in relazione agli incontri, seguiva la cosa con grande interesse. Ovviamente lui non conosce la gelosia. Dopo questo uomo di Roma ne ho avuti altri, incontri spot o relazioni un po’ più lunghe. In tutto 6.

Durante questo periodo, verso i 38 anni ho cominciato a percepire un problema. Ansia generalizzata (un po’ lo sono sempre stata, ma mai così) che un bel giorno è sfociata in un attacco di panico.

Fortunatamente ho cercato di non perdermi d’animo e dopo un po’ sono approdata ad una Associazione, in un gruppo di auto aiuto al quale sono estremamente grata per avermi offerto il suo aiuto.

Ma al gruppo purtroppo, per mia debolezza o per altro, non ho raccontato la mia storia in ogni dettaglio. Pensavo fosse una storia troppo “forte” e poi i membri del gruppo avrebbero subito dubitato fortemente del mio rapporto con mio marito, che non rientrava nei canoni. In ogni caso una bella esperienza di coesione.

In questo stesso periodo ho iniziato, appoggiata da mio marito, che a parere mio non ha mai capito molto bene la mia situazione, ma mi ha sempre aiutata, una psicoterapia. Alla terapeuta ho raccontato tutto ciò che facevo e pensavo e lei mi è stata di aiuto. Infatti non ho più avuto attacchi, ho sempre ansia e qualche volta peggioro un po’, ma cerco di mettere in pratica i consigli avuti in questo periodo un po’ buio e vado avanti.

Secondo strato

Chi sono adesso? E perché scrivo proprio a Lei? Ieri sera ho letto il Suo bell’articolo relativo alle interazioni fra carenze affettive e ansia. Nell’articolo mi sono completamente riconosciuta.

Chi sono adesso?

Io mi sento non più giovane, forse esagero. Sono assolutamente non interessata al sesso, ho chiuso con tutti gli uomini con i quali sono stata, non racconto più niente di piccante a mio marito e lui infatti non ha interesse sessuale nei miei confronti, non facciamo l’amore da molto tempo. Ma continuo a sentirmi in difetto, in colpa di non riuscire ad assecondarlo e farlo felice da quel punto di vista.

Sogno un secondo bambino, tremo all’idea di lasciare da sola mia figlia, non ha neanche cuginetti, ma so che purtroppo sarà così. Ho preso il coraggio a quattro mani e ne ho parlato a mio marito, ma anche lui si sente troppo vecchio per un bambino, adesso. Ne avevamo parlato qualche anno fa ma allora ero io a essere restia, non ce la facevo, forse per il lavoro o forse per paura di non poter più prendere lo xanax....

Ho pensato al mio passato fra ieri sera e oggi. Sono una vittima della “sindrome dell’abbandono”, forse.

I miei genitori, anziani adesso, hanno passato la loro vita a litigare così forte che io stavo sotto le coperte e con le mani sugli orecchi per non sentirli. Mio padre ha rincorso mia madre qualche volta con un coltello. Mi ricordo molto bene la mia paura. Adesso, mi dicevo, lui l’ammazza e io resto senza mamma (morta) e senza babbo (in galera). Ancora adesso quando leggo notizie simili sul giornale mi sento male. Con mia madre ho avuto e ho tuttora un rapporto conflittuale.

Ancora adesso non so se mi abbiano mai davvero amata, ma cerco di pensarci il meno possibile.

Io non ho una vera domanda, ora. Ma da ieri sera credo di avere avuto un tenue “filo”, un anello sottile, un indizio per riuscire a capire di me qualcosa in più e per questo voglio ringraziarla.

Ho capito di avere un percorso da fare, di avere un immenso bisogno di amarmi e di ricominciare da quando ero molto piccola.

Devo aiutarmi perché mi sento nuda e sola e vorrei tanto vivere meglio, anche perché lo devo a mia figlia, il vero amore della mia vita.

Commento di Nicola Ghezzani

Questa donna non ha approfondito abbastanza, nella sua psicoterapia, che pure l’ha aiutata a risolvere il sintomo panico, un paio di cose fondamentali.

  1. In primo luogo non ha compreso a fondo il senso del suo passato (il ricordo dei genitori conflittuali e pericolosi) e quindi in quale modo la memoria condizioni il suo presente.
  2. In secondo luogo, non ha compreso a fondo il ruolo basilare che la gestione delle emozioni (generate dalla memoria) ha nella strutturazione della nostra personalità (coi suoi equilibri e squilibri) e dunque nell’esito della vita.

Purtroppo, molte psicoterapie hanno dimenticato l’apporto fondamentale della cultura psicoanalitica e psicodinamica, che incentra la sua analisi proprio sulla conoscenza del passato e sulla priorità delle emozioni sulle cognizioni.

M. ha trascorso la sua infanzia immersa in un’atmosfera emotiva funesta: in casa, l’uomo dominava con violenza sulla donna:

«Mio padre ha rincorso mia madre qualche volta con un coltello. Mi ricordo molto bene la mia paura. Adesso, mi dicevo, lui l’ammazza e io resto senza mamma (morta) e senza babbo (in galera).»

Spesso, chi vive in una simile atmosfera rimuove la propria spontaneità vitale (fa il morto), si adatta in modo passivo all’ambiente, e fa il buono per il resto della vita allo scopo di scongiurare la perdita dei cari, l’abbandono. La gestione delle emozioni si sposta allora verso la rimozione della vitalità, della protesta, della rabbia, del desiderio di libertà, avvertite come pericolose perché tali da minacciare l’equilibrio del sistema familiare.

L’effetto è lo sviluppo di una personalità masochistica, incline a subire la volontà altrui, fingendo di condividerla, fino a farsi del male (questo tipo di masochismo morale è adeguatamente descritto nel mio libro “Volersi male”, 2002).

Questo è quanto è accaduto a M., che, in apparenza complice delle esigenze sessuali del marito (un complesso intreccio di voyeurismo e di sadomasochismo), si è introdotta ad una vita sessuale promiscua. Questa vita pian piano ha degradato il rapporto di coppia e l’identità personale, fino a far sorgere in M. una protesta che non ha potuto essere espressa, ma che è stata registrata dal sistema-mente come ansia e attacco di panico:

«Durante questo periodo (di promiscuità sessuale), verso i 38 anni ho cominciato a percepire un problema. Ansia generalizzata (un po’ lo sono sempre stata, ma mai così) che un bel giorno è sfociata in un attacco di panico.»

Il gruppo di auto aiuto e la psicoterapia, infine, hanno soppresso il sintomo; ma non conoscendo o trascurando il problema che stava alla sua base hanno fatto sì che M. si sia trovata pian piano sommersa da una subdola crisi depressiva (con smarrimento dell’identità e del senso della vita, oltre che caratterizzata da anedonia, ossia una completa mancanza di piacere). Un tempo, era il panico ad arginare la protesta; oggi, la stessa funzione è svolta dalla depressione.

Questa donna ha bisogno di una psicoterapia più profonda, che la aiuti a capire il suo passato, a liberare dalla rimozione la protesta che cova dentro di sé (orientata un tempo verso i genitori, oggi verso il marito) e a capire che una relazione d’amore è più viva se dinamizzata dai sentimenti più autentici, compresi la protesta critica e il risveglio di esigenze di cambiamento.


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