Affettività e amore — Sito di
Psicologia di Nicola Ghezzani

Angoscia di abbandono e attacchi di panico

1. Teorie sull’angoscia di separazione e di abbandono

È osservazione comune, e soprattutto di chi soffre di ansia e attacchi di panico, che alla separazione (temporanea o definitiva) da una persona amata o comunque ritenuta necessaria alla propria sussistenza psicologica segua sempre un periodo di crisi, caratterizzato da un intenso sentimento di abbandono. Una partenza per un viaggio di lavoro, un litigio e un conseguente distacco, la dichiarazione della fine di una relazione, ma anche il solo prolungato silenzio telefonico o epistolare da parte della persona amata, possono provocare inconcepibili dolori, sentimenti di smarrimento, vertigini e sensazioni di vuoto, insopportabili ansie, claustrofobiche o agorafobiche, fino all’attacco di panico o all’intenso desiderio di morire.

Una lunga tradizione psichiatrica e psicoanalitica ha collegato la crisi da abbandono ad una vulnerabilità individuale intrinseca e connaturata. In sostanza, questa tradizione culturale teorizza che il soggetto che soffre di angoscia o panico da abbandono sia affetto da vulnerabilità emotiva sin dalla nascita o comunque sin dalla più remota infanzia. Coloro che formulano l’ipotesi che la vulnerabilità emotiva sia connaturata al soggetto sostengono di fatto che il panico sia una patologia di natura genetica, cioè che esso coincida con una minorità genetica (come la trisomia cromosomica che dà luogo al mongolismo, o come la predisposizione al diabete). Per costoro l’angoscia panica non è curabile: si può solo abituare il soggetto a convivere con essa contenendola mediante l’uso degli psicofarmaci.

Per gli psicoanalisti della relazione, invece, il problema non è genetico, ma deriva da traumi da separazione vissuti in fasi molto precoci. Tuttavia, anche per questi teorici il soggetto, sottoposto da bambino a traumi comuni e persino banali, ha reagito in modo abnorme, rivelando così una vulnerabilità intrinseca (che si sottintende possa essere genetica). Inoltre, per alcuni di questi teorici, l’individuo è stato danneggiato in modo irreversibile nelle sue connessioni neurologiche, quindi porterà per sempre con sé una traccia incancellabile della sua patologia. È chiaro che per questa tradizione culturale psichiatrica e psicoanalitica (diffusa anche fra molti psicologi cognitivo-comportamentali) gli individui affetti da ansie e panico sono di un altro genere rispetto alle persone normali e sane: essi sono deficitari o malati in modo intrinseco, dalla nascita, e quindi sono curabili solo in parte.

La mia ipotesi riguardo all’ansia e al panico, ivi compresa l’angoscia di abbandono, è totalmente diversa. Come ho sostenuto in tutti i miei libri (in accordo con una parte della tradizione psicoanalitica), ritengo che ansia, angoscia e panico siano reazioni emotive che segnalano la presenza di una grave minaccia nel campo esistenziale anche inconscio del soggetto. Quando si scopre da cosa il soggetto si senta minacciato, e si renda possibile la liberazione del soggetto da questa minaccia, i sintomi cessano. Questo processo di consapevolezza e apprendimento può durare alcuni mesi, ma talvolta anche anni.

Nel paragrafo che segue intendo ora confrontare la posizione teorica appena espressa con il tema di fondo di questo articolo: l’angoscia da separazione e abbandono.

2. L’ipotesi teorica della psicoterapia dialettica. La relazione mimetica

Quando si parla di separazione il più delle volte si osserva solo ciò che accade al rapporto. Il rapporto si interrompe e l’individuo preso in esame si ritrova privato di una figura amata o comunque avvertita come necessaria. A quel punto, egli entra in crisi. La psicologia moderna, in questo concorde con le banalità della psichiatria organicista, afferma allora che l’individuo, entrando in crisi, rivela la fragilità del suo io. Si parla allora, con linguaggi più o meno esoterici, ma sempre comunque con argomenti indimostrati, che l’io di quell’individuo era affetto da una carenza primaria e, soprattutto, da una debolezza intrinseca, psicobiologica, che il soggetto aveva occultato proprio grazie alla relazione di dipendenza.

Ma è sufficiente spostare il punto vista e osservare l’individuo piuttosto che la relazione per notare qualcosa di interessante. Qual è la condizione oggettiva (non psicologica) dell’individuo separato dalla sua dipendenza? Ebbene, quell’individuo ora è solo, quindi egli ha, per vivere, la necessità di esporsi. Il primo dato oggettivo che risulta evidente nel caso di una separazione è, dunque, l’esposizione. Ma che cosa è l’esposizione?

Es-porsi significa porsi fuori, porre se stesso, il proprio sè, al di fuori di un certo confine. Atteniamoci al dato oggettivo: esporsi significa porre il proprio corpo fuori da un ambiente controllato e interagire con situazioni e/o persone poco o punto conosciute. Esporsi significa dunque fare appello alle proprie caratteristiche personali per gestire una situazione estranea. Esporsi significa fare appello a tutto se stesso, significa suscitare, attivare, porre in essere e in azione parti della propria personalità che, finché durava la dipendenza, venivano supplite, vicariate, messe in gioco dall’altro, dalla figura d’appoggio (o co-dipendente).

Il punto è, dunque, questo. L’altro, la metà ora mancante, veniva di fatto adoperato dal soggetto dipendente per mediare il rapporto sia col mondo esterno che con quello interno.

Cerchiamo di analizzare nei particolari e capire fino in fondo questa complessa dinamica di relazione. In che senso il soggetto dipendente adopera la figura d’appoggio per mediare il rapporto col mondo esterno? Nel senso che, laddove ha paura delle proprie reazioni emotive e comportamentali relative a eventi “forti” come il sentimento di inadeguatezza o quello di ingiustizia, egli filtra le sue emozioni attraverso la figura da cui dipende. Si scherma, si difende dalle esperienze troppo intense ponendo davanti a sè l’altro. Per il soggetto ansioso l’altro deve essere, dunque, una figura “forte” qualora il sentimento dominante sia di inadeguatezza, “socievole” nel caso domini la paura di reagire aggressivamente a sentimenti di ingiustizia. Si crea così una simbiosi (una forma di vita parassitaria), nella quale la figura d’appoggio incarna tutte le parti “abili a vivere” che il soggetto dipendente ritiene di non possedere. Ancora di più, questa simbiosi è una relazione mimetica, perché essa consente al soggetto dipendente di nascondere a se stesso e agli altri quelle parti di sé che egli giudica negative in quanto minacciano la sua coesistenza con l’insieme sociale e, in fondo, anche con se stesso.

In questo senso la figura d’appoggio media il rapporto che il soggetto dipendente intrattiene non solo nei confronti del mondo esterno ma anche del proprio stesso mondo interno. Infatti, una volta che abbia delegato alla figura d’appoggio la gestione dei “giusti” rapporti da intrattenere col mondo esterno, egli può infine dimenticare, rimuovere, la consapevolezza di possedere quegli aspetti negativi che l’avevano tanto terrorizzato. In tal modo egli si costruisce una falsa immagine di sè positiva, un falso sé.

Attraverso questa simbiosi il soggetto ansioso si è creato una ingannevole illusione di autostima e di benessere, ma ha anche perso il contatto veritiero con la propria interiorità.

La relazione mimetica è dunque una relazione nella quale il soggetto dipendente, grazie ai servigi resigli dalla figura di appoggio, occulta a se stesso e agli altri la percezione intima che ha di sé, collegata ad aspetti della personalità percepiti e temuti come negativi.

Il terribile accade quando, a causa di una separazione fisica o psichica, viene a mancare lo schermo difensivo costituito dalla figura d’appoggio: a quel punto, infatti, l’individuo dipendente è solo col mondo e solo con se stesso. Egli è costretto ad affrontare la realtà esterna ricorrendo a tutte le parti della sua personalità, comprese quelle che aveva delegato all’altro e aveva per di più rimosso. Ha un confronto diretto con la realtà. Può allora trovarsi nella condizione angosciosa di uscire di casa da solo, e quindi di sottoporsi in prima persona al giudizio sociale implicito in ogni sguardo; oppure al giudizio di efficacia che egli stesso darà di sè osservando ogni atto compiuto ed ogni nuovo compito da realizzare. Ma potrà anche trovarsi nella circostanza di risentire la rabbia per una propria condizione di minorità, dovuta per esempio a una eccessiva obbedienza gerarchica o a un passivo conformismo sociale o a una devozione affettiva sacrificale. In tutti questi casi, il soggetto ansioso riscopre la disarmonia della sua personalità, la paura di avere dentro di sè caratteri e impulsi negativi che, se venissero scoperti dagli altri, gli comporterebbero la condanna sociale e l’esclusione.

Faccio un esempio. Una donna di cinquant’anni sta per essere lasciata dai due figli, divenuti adulti e prossimi a sposarsi o a convivere con i loro partner. La donna ha vissuto una lunghissima parte della vita col marito (un uomo affettuoso, ma anche rigido riguardo alla differenza di ruolo fra uomo e donna all’interno di una coppia), e coi due figli. Poi, giunta in un’età delicata, nella quale si fanno severi bilanci esistenziali, i figli la lasciano per andare a vivere altrove. La donna cessa pertanto il suo quotidiano lavoro di madre e deve adeguarsi a vivere col marito, verso il quale ha invisibili e inespressi rancori. Un giorno, deve uscire di casa per andare a fare la spesa. Si è svegliata più depressa del solito, ha sognato di litigare con qualcuno, ma non ricorda con chi. Il marito è fuori: è uscito per portare a spasso il cane. La donna apre la porta e viene folgorata dalla luce del sole, quindi ha un’improvvisa vertigine, tutto prende a ruotare in modo vorticoso e caotico, le manca il respiro, il cuore le impazzisce nel petto. Chiude la porta e si getta sul letto. Da quel giorno, uscirà solo col marito, la mattina, quando lui porta il cane a fare i suoi bisogni. Da una parte c’è il cane, dall’altra lei; il marito, eretto e sicuro, è al centro. Questo è il nuovo quadro familiare.

Cosa è accaduto a questa donna? Con la perdita dei figli, che sono andati a vivere altrove, la donna si è vista privata del suo schermo difensivo. Pur avendo rancori verso il marito e quindi verso l’intera vita coniugale (dalla quale sono nati due figli che pure ella ama), e forse avendo rancori anche verso la sua famiglia originaria, che le ha impedito di studiare, ritenendo che una donna abbia soltanto bisogno di un uomo che la sposi, questi sentimenti erano stati controllati mediante i suoi quotidiani doveri di madre. Venendo meno lo scudo etico e comportamentale costituito dall’essere madre, la donna si è trovata sola con se stessa, cioè a contatto coi suoi sentimenti repressi e nascosti. Quel giorno in cui usciva di casa per fare la spesa, aveva preso coscienza a pieno del suo stato di solitudine e della condanna a vivere col marito. La sua coscienza si era esposta (ma solo per un attimo) alla violenza dei sentimenti, il suo corpo stava per esserne risvegliato, e a quel punto ha subito l’esperienza del panico. Ha vissuto la sordida paura di mettere in gioco la propria mente e il proprio corpo esponendoli al rischio di vivere secondo verità. Da quel momento (dal momento della resa al panico, della sconfitta in una battaglia per il controllo della propria vita), la donna ha riparato il suo schermo difensivo, danneggiato dalla scomparsa dei figli, mediante la figura d’appoggio del marito, che diverrà d’ora in poi il suo tutore di fronte a se stessa, il suo filtro emotivo, il padrone della sua vita interiore e di conseguenza anche di quella fisica. Il panico, dunque, segnala che la donna è stata vicina alla verità e dunque alla liberazione, ma anche che è alla fine, non comprendendo la forma della sua lotta, è tornata indietro.


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