
Jo i soj neri di amòur né frut né rosignòul dut intèir coma un flòur i brami sensa sen. Soj levat ienfra li violis intant ch’a sclariva, ciantànt un ciant dismintiàt ta la not vualiva. Mi soj dit: «Narcìs!» e un spirt cu’l me vis al scuriva la erba cu’l clar dai so ris.
Io son nero di amore, né fanciullo né usignolo, tutto intero come un fiore, desidero senza desiderio. Mi sono alzato tra le viole, mentre albeggiava, cantando un canto dimenticato nella notte uguale. Mi son detto: «Narciso!», e uno spirito col mio viso oscurava l’erba al chiarore dei suoi ricci.
Il motivo di Narciso è per Pasolini un tema intessuto di forti elementi autobiografici. Il giovane Pier Paolo è amaramente consapevole del dolore di vivere e di quella che tanti critici letterari continuano a chiamare, con vieta retorica, “innocenza perduta” e che noi invece chiameremo “fiducia tradita”. La fiducia tradita è ciò che inverte l’amore in qualcosa di opposto, di contrario. I greci, per affiancarlo ad Eros, lo chiamavano Anteros, colui che sta all’opposto di Eros.
Non è ancora odio, è ciò che Pasolini con squisita eleganza descrive nella frase “Io son nero di amore, né fanciullo né usignolo...”
. Nero di amore, refrattario alla luce che proviene dall’alba e dagli altri esseri umani, dai quali è infatti lontano. Al risveglio Narciso ha bisogno di chiamarsi, per sapere che esiste. Compare allora un “doppio”, un sosia, “un spirt cu’l me vis”, “uno spirito col mio viso” che “oscurava l’erba al chiarore dei suoi ricci”. L’“identico”, il “se stesso” ha racchiuso tutta la luce per negarla a chiunque altro. È il trionfo dell’“Amore nero”, la nostagia dell’amore perduto e ormai irrecuperabile, l’amore negato a chiunque altro che non sia se stesso; l’amore che — come il fico evangelico che si rifiuta di dare frutto — è amore maledetto. Amore nero, Angelo nero. Amore che si nega ed è perciò maledetto. Siamo nel regno intermedio posto fra l’innocenza e la colpa.
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