Affettività e amore — Sito di
Psicologia di Nicola Ghezzani

Nessun uomo è un’isola, ogni amore è un’isola

No man is an island
No man is an island,
entire of itself;
every man is a piece
of the continent,
part of the main;
if a clod be washed away
by the sea,
Europe is the less,
as well as if a promontory were,
as well as if a man or of thy friends
or thine own were;
any man's death diminishes me,
because I am involved in mankind;
and therefore never send to know
for whom the bell tolls:
it tolls for thee...

John Donne

Nessun uomo è un’isola, dice John Donne; ciascuno di noi è parte dell’umanità. Quindi, quando muore qualcuno «non chiedere per chi suona la campana: essa suona per te». Se un altro muore, chiunque egli sia, anche tu partecipi della sua morte, ne sei ferito e diminuito, perché siamo tutti parte della stessa umanità. Dunque se la campana suona a morto, non chiedere per chi suona; sei tu che muori, perché muori con lui.

Mai verità fu più vera; e tuttavia questa celebre affermazione potrebbe essere parafrasata con un’altra, non meno vera: ogni amore è un’isola; perché l’amore è una potenza che unisce due esseri umani, separandoli dal resto dell’umanità. Mentre divenendo individui “singoli” e “universali” ci riconoscimo soli e allo stesso tempo parte dell’intera umanità (come suggerisce Donne), l’amore unisce due esseri umani, per separarli, “isolarli”, dal resto del mondo. L’amore rende impensabile il sentimento della singolarità (e della solitudine e dell’egocentrismo che vi sono connessi), ma allo stesso tempo crea un’unità così “piena” e assoluta da renderla autosufficiente (almeno su un piano affettivo).

Nessun uomo è un isola, dunque; ma ogni amore è un isola. Il senso psicologico dell’amore è proprio questo, e da questo l’amore ricava la sua potenza e la sua straordinaria efficacia.

Istituzione, ripetizione e noia. L’“ordine del sistema”

L’amore è un’isola nel senso che la coppia degli innamorati costruisce un rapporto escluso dalle convenzioni sociali, le quali tendono ad automatizzare la vita degli individui per rendere la coppia una funzione sociale utile: base molecolare dell’istituto del matrimonio e della famiglia.

Matrimonio e famiglia sono innanzitutto istituzioni sociali: in molte culture il matrimonio è tuttora combinato (al punto di programmare l’unione di sposi bambini e persino di sposi non ancora nati). In queste società, nelle quali l’individualità non esiste o ha poco valore, la famiglia subordina interamente a sé la volontà dei suoi membri. La volontà collettiva trionfa sulla “libertà del cuore” allo scopo di replicare se stessa all’infinito, riducendo al minimo il rischio connesso alla scelta individuale.

Quando ciò accade, la forza con la quale l’istituzione piega la volontà degli individui è immensa: è tale che anche coloro che un tempo furono innamorati nel breve volgere di pochi anni diventano gli apatici ingranaggi di un immenso meccanismo sociale saldamente incardinato nei rapporti di parentela, nelle relazioni sociali, nell’economia domestica. Il matrimonio, dunque, come “tomba dell’amore”.

Quando l’istituzione prende possesso della coppia, la vita è programmata e la noia domina il campo affettivo.

Il programma che la tradizione impone alla coppia porta con sé la previsione anticipata delle “tappe” della vita, dunque ogni atto, ogni evento è in realtà ripetizione di quanto già previsto (e già accaduto, perché la coppia come istituzione imita, ripete, ciò che le altre coppie dello stesso gruppo sociale hanno sempre fatto). Nei miei libri “Uscire dal panico” ([1]) e “Volersi male” ([2]) ho chiamato “ordine del sistema” la macchina dell’alienazione sociale che produce identità mimetiche, imitative, piuttosto che persone autonome e libere.

Gli individui che compongono la coppia istituzionale sono infatti copie di altri identici individui; le loro individualità contano poco; senza reciproco amore, essi sono prigionieri della ripetizione, e pertanto sognano (continuamente) di evadere.

L’amore: una segreta eversione

Se esistessero solo i matrimoni e le famiglie non potrebbe esistere l’amore, che infatti è nato — anche storicamente — in quanto contrapposto al patto coniugale. Si pensi all’amore di Lancillotto per Ginevra, che sfida niente di meno che l’autorità del Re. Si pensi a Paolo e Francesca, che Dante getta nell’inferno: a malincuore, perché anche lui, da giovane, era stato seguace di quell’Amor cortese che è appunto la poetica dell’amore vissuto come trasgressione sociale.

Sulla loro isola, dunque, respinti lontano, al di là dell’oceano, il mondo delle convenzioni, il grigiore della routine, le umiliazioni del quotidiano, gli amanti si conoscono in ogni tratto del volto e dell’identità, si accarezzano nell’intimità, elevando un elogio ai loro corpi altrimenti asserviti o trascurati, si apprezzano nelle qualità più riposte, si difendono per la vita e per la morte dal male del mondo, si scambiano in una fusione totale i reciproci ruoli, giungendo ad esaltare in se stessi il genere dell’altro, quindi a idolatrarlo, a rispettarlo. Una segreta eversione delle logiche del mondo: questo è l’amore.

Da qui deriva l’attaccamento che la donna più dell’uomo ha nei confronti di questa dinamica. Perché dalla negazione del mondo — che la tiene in un ruolo da inferiore, da automa degli affetti e delle funzioni — lei ha solo da guadagnare. Sogna un uomo che abbia il coraggio di lottare contro il potere di cui lui stesso potrebbe beneficiare; un uomo che sappia amarla nella solitudine dell’isola, che sappia sottrarsi — per lei — ai soliti giochi di potere e di competizione cui è avvezzo, o alla consuetudine sociale della sua famiglia, quella “legale”, appunto. Sogna un eversore, un romantico, un ribelle.

Per questo quando scopre nell’amante il ritorno della ragione pragmatica si avverte colpita a morte: ella ha dato tutta se stessa a un sogno, quello di rovesciare le logiche di un mondo che la vuole consenziente alla propria servitù attingendo dall’isola dell’amore la forza per tornare ad amarsi, per ottenere il riconoscimento di un valore, per brillare ai propri occhi come forse mai più da quando, bambina, fantasticava sotto il cielo stellato della sua camera.

«Nessun uomo è un’isola», dice lui mentre fugge, rabbioso di essere stato sottratto al mondo. «Ogni amore è un’isola», ribatte lei, disperata di non essere compresa.

L’amore deluso. Dal fuoco dell’amore all’incendio dell’odio

Il rifiuto di questa necessità vitale di amare per essere amata causa nella donna una ferita mortale. L’odio che segue alla delusione — talvolta smisurato — dà la misura del sogno. Un attimo prima era un’eroina, ora si scopre patetica. Questa degradazione, provocata dall’abbandono da parte dell’uomo, ella non potrà mai più perdonarla. A meno di scivolare nella palude melmosa del masochismo.

La vendicatività — l’incoercibile rabbia per come è stata trattata — spinge talvolta la donna a riproporre il proprio amore con una insistenza ossessiva, lamentosa o persecutoria, che nel tempo lascia trasparire il proposito punitivo che la anima. L’amore come dominio e come vendetta. Ma questa persecuzione non fa rinascere l’amore in chi lo aveva rifiutato, lo rende ancor più impossibile.

Nuovamente rifiutata, la donna tuttavia persiste, con rabbia crescente, violenza passionale e implacata disperazione. Non sa mollare la presa, che più che nell’amore affonda ormai nell’odio per chi ha umiliato i doni che lei gli offriva.

Questa rabbia — assoluta, cieca, priva di riflessione — è come un incendio che ha preso avvio dal fuoco della delusione; ed è destinata a ucciderla, se non saprà “sublimarla” trasformandola in un giudizio di valore sulla relatività d’ogni “diritto”, compreso quello all’amore.

Bruciare l’isola e suicidarsi quando Enea era già fuggito non servì a Didone per riconquistare l’amato o per affermare, sia pure oltre la morte, un qualche suo “diritto”.

La distruzione, la vendetta, il suicidio — che annientano la possibilità che si era aperta con lo stato di grazia dell’amore — rappresentano infine l’estrema condanna che l’amante deluso può portare a se stesso e ai propri simili.

Per gli antiche era “tragedia”. Per noi — più prosaici e banali — è “patologia”.


Bibliografia

  1. Ghezzani N., “Uscire dal panico”, Franco Angeli, Milano, 2000.
  2. Ghezzani N., “Volersi male”, Franco Angeli, Milano, 2002.

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