Affettività e amore — Sito di
Psicologia di Nicola Ghezzani

Angosce e fobie in gravidanza e nel puerperio

Le esperienze di gravidanza, parto e puerperio sono da sempre uno dei “banchi di prova” dell’esistenza di ogni donna. I frequenti fatti di cronaca che vedono donne nell’atto di sopprimere i propri figli, rivelano che la nostra società ignora, o finge di ignorare, i gravi rischi connessi alle fasi e alle esperienze inerenti il ruolo materno: la maternità, segregata fra le mura di casa, in condizioni d’isolamento sociale e affettivo, può far esplodere nuclei di angoscia fino ad allora “sommersi”. Privata dell’identità sociale autonoma e immersa in una condizione biopsicologica particolare, la donna regredisce a fasi precoci del suo sviluppo emotivo, rivivendone, spesso amplificati, i drammi e turbamenti, fino a pericolose perdite di controllo sulla vita emotiva.

Fino a pochi anni fa la gravidanza era un’esperienza “al buio”: del feto nel grembo materno non era possibile sapere nulla; esso era nascosto allo sguardo, e la madre poteva solo “immaginare”. Oggi, le tecniche strumentali consentono di vedere il feto e di valutarne la vita e la salute. Non di meno, l’inconscia paura di ogni donna gravida non si è di molto modificata: la paura di ospitare dentro di sé un mostro. Tale paura, resistente alla diagnosi strumentale che dovrebbe sortire un effetto di tranquillizzazione, si articola secondo due modalità, l’una apparentemente razionale, l’altra totalmente irrazionale.

Le due grandi paure

Nella sua manifestazione più corrente, la paura di ospitare un mostro è relativa all’idea ossessiva di far nascere un bimbo handicappato. Nella sua manifestazione più bizzarra e, in apparenza, irrazionale, la paura si esprime nell’idea non meno ossessiva di poter generare un individuo esteticamente orribile e moralmente crudele. Le due grandi paure della donna gravida ineriscono, dunque, due disvalori morali:

Disvalori morali dei quali il primo è tipico dell’epoca contemporanea, il secondo attraversa i secoli.

Il carattere ossessivo di queste idee è tale da resistere sia ad ogni prova contraria di natura medica, sia alla sollecita tranquillizzazione da parte di parenti e amici, rivelando così un drammatico retroscena psicologico. Retroscena delucidabile se si fa riferimento al fatto che la donna gravida si sente responsabile dell’atto generativo non solo in senso biologico, ma anche “morale”: come se il parto facesse venire alla luce nonché il prodotto biologico della gestazione anche l’immagine interna personale, generata nel corso della vita all’interno della soggettività. Immagine interna, dunque, in un caso debole, inetta, vergognosa; nell’altro cattiva, perversa, colpevole.

L’inversione dell’identità

La gestazione e il parto e, in modo più diretto e drammatico, il puerperio danno dunque luogo alla fantasia di una inversione speculare dell’identità, vengono vissuti come il potenziale rovesciamento dell’immagine sociale ordinaria, dietro la quale la donna si mimetizza e si sente difesa: uno svelamento traumatico dell’interna matrice dinamica della personalità.

Come un calco per la cera, l’immagine impressa nella cera calda è l’identità così come appare agli altri, mentre la matrice del calco è l’utero che genererà l’immagine interna profonda, avvertita come quella vera e rivelata dal mostro. Durante il puerperio, infine, lo stress psicofisico porta questa paura al suo livello di massimo allerta: e la donna prende a temere sia l’impotenza e l’assoggettamento (fobia del legame, rivelata dall’angoscia precedente il parto di generare un figlio handicappato), sia la tremenda rabbia reattiva della prigioniera (e dunque l’odio per il legame, rivelato prima del parto dall’angoscia di generare un mostro e dopo il parto dalla fobia di uccidere).

Dunque, la donna che ha la fobia di generare un mostro teme in realtà di esternare col parto la propria immagine interna: in un caso (l’handicappato) debole e condannata alla dipendenza, nell'altro caso (il neonato deforme) cattiva, perversa, moralmente condannabile. In un caso, dunque, l'insicurezza, nell’altro i sensi di colpa, si sovrappongono all'esperienza reale.

Ovviamente, una donna può scivolare in questa sintomatologia ansiosa quanto più è inconsapevole del fatto che l’esperienza della maternità é investita da angosce relative alla propria identità psichica, non meno che da angosce relative all'integrità fisica del bambino.

Un sano realismo

Il punto è che gravidanza, parto e puerperio sono esperienze che limitano drasticamente l’autonomia soggettiva: quindi, la personalità della donna dovrebbe essere tale da tollerare questa limitazione senza squilibrarsi e scompensarsi. La donna dovrebbe dunque possedere una personalità sana, che presuppone nel caso specifico due fondamentali livelli di coscienza: innanzitutto una coscienza culturale della natura limitante (“handicappante”) e angosciante (“irritante”, “incattivente”) dell’esperienza riproduttiva; poi, in secondo luogo, una coscienza adulta giunta a piena maturità, che abbia cioè saputo elaborare in senso positivo le angosce di restrizione tipiche dell’infanzia e dell’adolescenza, e quindi anche la possibile regressione ad esse.

Se, viceversa, per problematiche proprie e per deficit ambientali, la limitazione è vissuta come insopportabile, la donna sperimenterà il riaffiorare di angosciosi sentimenti di prigionia, accompagnati da vissuti di insicurezza o di negatività non risolti in passato, tali da farle vivere l’esperienza in modo altamente drammatico.
E' questo fenomeno psicologico che spiega l’elevato numero di scompensi ansiosi e di sviluppi depressivi o anche psicotici nella successiva fase puerperale.

L’esito più tragico è la depressione melanconica, che getta un velo di disperazione su ogni cosa e fa vedere anche il bambino come un essere condannato alla sofferenza perpetua, quindi da “salvare” mediante un atto “liberatorio”.


Glossario

Teratofobia
Dal greco θέρας, che significa mostro, e φόβος, che significa paura: è il nome di una sindrome ansiosa, che colpisce un numero considerevole di donne gravide, incentrata sulla paura di generare figli dalle caratteristiche fisiche o psichiche mostruose.

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