Affettività e amore — Sito di
Psicologia di Nicola Ghezzani

Gelosia e tormento interiore

“Gelosia” (1895), dipinto di Edvard Munch.

1. Descrizione

1.1. La struttura intrapersonale: il “sentimento” della gelosia

La gelosia è un sentimento che ciascuno di noi conosce o ha conosciuto con maggiore o minore intensità, a seconda del proprio carattere e delle proprie esperienze; ma sempre, comunque, con un dolore inequivocabile. Un dolore cui si perviene attraverso un gradiente di tappe emotive più o meno universali e ricorrenti.

Il morso dell’amarezza si miscela a un dolore acuto, misto a rabbia. Un terribile e inconfondibile gelo di morte attanaglia il geloso nel momento in cui la sua gelosia raggiunge, con la certezza dell’inganno, la massima intensità. Quel gelo esprime il sentimento che qualcosa di molto intimo e profondo è morto: il rapporto stesso o, peggio, il sé personale del soggetto innamorato, deluso dall’inganno. Che da quel momento potrà vitalizzarsi solo nel lamento, nella rabbia, nella vendetta, nella paranoia.

Vero o presunto che sia, l’inganno in quel fatale istante di rivelazione appare certo. Da una parte c’è il traditore con il/la sua complice, che appare mosso da una singolare insensibilità e una misteriosa e inafferrabile doppiezza; dall’altra la vittima, mortificata, anzi uccisa, nella sua identità più intima e vulnerabile.

Il sofferente di gelosia è in preda alla disperazione, perché ha perduto il motore primo della sua speranza, l’oggetto amato. Ma è anche preda di un sottile pentimento: infatti, egli pensa che l’aver scoperto il fianco all’amore (o al desiderio o anche al semplice bisogno) lo abbia “smascherato”, rivelandolo come un “sentimentale”, un “debole”, un “perdente”, che come tale ora viene punito per aver ciecamente donato la sua fiducia.

1.2. La struttura interpersonale: gli attori della relazione di gelosia

Ecco allora che la gelosia si manifesta in una complessa geometria triangolare:

  1. Il soggetto geloso, colpito nel profondo dell’anima, è come un bambino vulnerabile tradito nella sua fiducia, ferito a morte, isolato e perso ad ogni relazione umana. Ossessionato e perciò fragile egli è anche, allo stesso tempo, vulnerato e furioso come se il fatto fosse realmente accaduto.
  2. Il soggetto amato, di cui si teme o si constata il tradimento, è una figura ambigua, che oscilla fra l’identità di un freddo persecutore, insensibile, crudele, talvolta derisorio, e l’identità della persona amata, che torna ad essere quella nota e familiare. Se in un certo momento si crede di conoscerlo e come tale lo si ama, poi però in un momento successivo egli svela — nell’istante più o meno lungo e tormentoso della gelosia — un volto estraneo, sconosciuto, pericoloso.
  3. L’oggetto del tradimento, rivale perfetto e inarrivabile nella sua bellezza o potenza fisica o caratteriale o superiore grazia ed eleganza o anche soltanto nella sua ricchezza o nella sua sensuale volgarità, umilia il soggetto innamorato e geloso, che non si sente mai, in nessun caso, alla sua altezza. Questo terzo personaggio sostanzia e moltiplica la crudeltà dell’oggetto amato e del suo improvviso voltafaccia.

2. In sintesi

La struttura triangolare della gelosia implica, come preliminare, la struttura diadica della dipendenza, nella quale l’innamorato ha riposto nelle mani di un solo essere il proprio valore personale e il senso stesso della propria persistenza in vita.

Questa struttura diadica è d’un tratto alterata dall’ingresso di un terzo termine, cui da quel momento (o forse da sempre) il partner amato destina per intero il suo amore, e con esso l’accesso al bene supremo: il corpo fisico e/o il corpo spirituale.

L’ingresso del Rivale contrassegna la rivelazione non solo del tradimento e della perdita dell’amore, ma anche della propria nullità.

3. Gelosia sessuale e gelosia del Sé

Non sempre la gelosia ha per oggetto la relazione sessuale. Spesso, soprattutto fra donne, assume a bersaglio una relazione privilegiata che l’amato — o l’amata nel caso di amicizie simbiotiche e intense o di sentimenti omosessuali — intrattiene con un’altra persona.

Questa particolare circostanza, nella quale non è in gioco direttamente il dubbio ossessivo circa una relazione sessuale, mostra la gelosia come un sentimento che inerisce il tradimento del Sé, piuttosto che del solo amore sessuale.

4. Una testimonianza via e-mail

Cito e analizzo qui di seguito l’interessante testimonianza inviatami da una lettrice. Chiamiamola Diana.

Gentile dottor Ghezzani,
sono ormai sei anni e mezzo che una forte gelosia verso un’amica di mio marito ha fatto esplodere in me conflitti e vecchie questioni irrisolte. Circa tre anni fa sono riuscita, attraverso una discussione piuttosto dura con questa donna, ad allontanarla, ma sfortunatamente mio marito si ritrova costretto a vederla spesso in quanto lavorano nello stesso campo e quindi i loro contatti sono imposti e resi necessari dall’ambiente lavorativo. Ci tengo a chiarire che sono assolutamente certa del totale disinteresse (sessuale) di mio marito nei confronti di questa persona, analogamente sono certa del suo amore per me.

Tuttavia, il loro rapporto in passato, e in parte ancora oggi, mi fa soffrire in un modo che non so dire, con ricadute addirittura fisiche.

Tutto è iniziato quando questa vecchia collega di università di mio marito si è trasferita nella nostra città per avervi trovato lavoro grazie all’aiuto del mio compagno (primo motivo di rabbia).

Si comincia qui a profilare il motivo della rabbia verso il marito e la sua vecchia amica: l’uomo ha mostrato una particolare, eccessiva dedizione nei confronti della ragazza.

L’arrivo di questa ragazza ha sconvolto la nostra routine; mio marito si è fatto interamente carico del suo inserimento sociale, logistico, lavorativo e affettivo, mentre io vivevo fuori per motivi di studio.

La presenza della ragazza era praticamente continua, oltretutto era ospite fissa in casa dei miei suoceri “per non farla stare sola”. Inevitabilmente, per episodi in sé equivoci, ed equivocamente da lei diffusi sul luogo di lavoro, alcuni colleghi (che non mi conoscevano e non sapevano della mia esistenza al fianco di quello che a quel tempo era il mio fidanzato) hanno erroneamente diffuso la voce che questa donna fosse la fidanzata di mio marito, e questo episodio mi ha provocato una crisi tale che ho trascorso una settimana chiusa nella mia stanza al buio solo fumando e piangendo, con accessi di aggressività verso gli oggetti.

L’ingresso del terzo termine nella triangolazione della gelosia, ossia della Rivale, rende il paesaggio affettivo instabile e insicuro. Un’Altra prende il posto della vittima: è una donna migliore di lei? Merita più attenzioni? Non le merita — afferma la ragazza gelosa — di fatto, è una usurpatrice, eppure le prende, perché il suo uomo (e l’ambiente sociale) gliele danno.

Il trio si anima di cattiveria, inesplicabile.

Ho provato nei primi anni della nostra conoscenza a conquistare la sua amicizia, ma constatando le nostre differenze caratteriali, e soprattutto che non riuscivo a “distoglierla” dalla sua ricerca di protezione da parte del mio compagno (per problemi lavorativi, ma anche affettivi e sociali) ho deciso di obbligare quest’ultimo a non frequentarci più (suo marito — nel frattempo si è sposata — era una grandissimo amico di mio marito, che neanche a dirlo li aveva fatti conoscere).

La Rivale è protetta dagli uomini, che ne sono tutti ingannati; quindi appare buona e innocente, al contrario di come in realtà è... Comincia a profilarsi a questo punto il ritratto di una Grande Ingannatrice, piena di bisogni e di pulsioni egoistiche.

Ciò che mi infastidisce oggi è che questa donna (una persona fin troppo portata alla comunicazione interpersonale, e ben allenata per carattere e cultura a prendere dalle persone tutto ciò che può; insomma la classica persona “che fa la simpatica per chiedere favori”) possa trascorrere, o aver trascorso, con mio marito dei momenti piacevoli (sono stati amici per molti anni prima che io e lui ci conoscessimo), complicità anche piuttosto profonde che mi hanno vista esclusa.

La Rivale era lì prima di lei. Conosce il marito da più tempo. Forse il marito ha con lei una maggiore confidenza. Il marito si è fatto ingannare dall’abile mentitrice... Ma oltre a ciò, all’innocenza un po’ “stupida” dell’uomo, c’è una complicità che va ben oltre il dovuto, oltre lo stesso rapporto che lega la coppia ufficiale...

Aggiungo infine solo alcuni altri elementi sulla mia personalità affinché lei possa correttamente valutare il consiglio da darmi: ho avuto un padre molto severo, direi quasi totalmente anaffettivo, che assoggettava me, mia mamma e mia sorella a frequenti e assai immotivati scatti di ira con esiti violenti, che rendevano i nostri comportamenti domestici orientati in maniera pressoché esclusiva a prevedere, e quindi scongiurare, le possibili cause dell’ “esplosione” paterna.

Ecco che la mail di Diana comincia a mostrare gli elementi di base della sua gelosia nella diade uomo/donna:

All’età di 8 anni mia nonna materna, una figura assolutamente negativa, invadente, mentalmente arretrata e assai litigiosa, è venuta a vivere in casa nostra per aver perso il marito.

La situazione di infinita desolazione e di quasi totale esclusione sociale causata da una simile, improbabile miscela umana (mia mamma è una donna che non ha saputo, anzi voluto, opporsi a niente in vita sua) mi ha portata a fidanzarmi ufficialmente a 20 anni con l’attuale mio marito (dopo una breve storia con un coetaneo, che avevo “rovinato” con la mia gelosia ed allontanato dai suoi amici più cari), che ha 12 anni più di me e con il quale mi sono sposata poi a 24 anni.

Il paesaggio familiare si complica: appare una nonna negativa, prepotente, odiosa, e una madre buona, ma altresì debole e passiva. Di conseguenza, il paesaggio psicologico di Diana si complica anch’esso: appaiono due modelli femminili egualmente ripudiati: la nonna prepotente e indegna di amore e la madre debole e passiva, che ha un compagno, il marito prepotente, ma non gode della stima della figlia.

Attualmente ho 29 anni, due bambini di uno e tre anni, sono avvocato ed ho una ottima posizione lavorativa al... (devo infatti precisare che sono sempre stata una studentessa eccellente, ho due lauree, un dottorato, una specializzazione in... e diverse menzioni d’onore).

Diana ora manifesta il suo orgoglio, quindi la sua implicita ribellione a ogni forma di prepotenza, sia maschile che femminile.

Non mi dilungo, per essermi già ampiamente diffusa nella descrizione di me stessa, sul senso di colpa che mi porto dietro per essere così “rompiscatole” e per la convinzione di aver rovinato la vita di mio marito, per essere uguale a mia nonna. Ovviamente non è che sia un’eremita, ho diversi amici, ma mi porto sempre dietro questa sensazione di essere diversa dagli altri, di essere mal considerata, e non riesco a superare la rottura con questo gruppo di amici di mio marito. Insomma penso di essere una che rovina la vita di chi le sta intorno. Anche i rapporti con mia suocera (una persona incredibilmente simile a me) erano inizialmente ottimi, eppure mi accorgo che ora mal ci sopportiamo e non riesco a smettere di soffrire per aver perso il suo affetto.

La struttura triangolare è ora tutta in chiaro: Diana è a confronto con una Rivale che da un lato, quando lei è buona (come la madre), la vince in virtù di una maggiore scaltrezza; e quando lei è cattiva e “rompiscatole” (come la nonna), la sconfigge in virtù di una maggiore femminilità. L’uomo è dunque il giudice della sua congruità come donna, della sua femminilità; e in rapporto a questo giudice lei si sente ora troppo buona e perciò assoggettabile, ora troppo dura e cattiva, scostante, tanto da non meritare amore e da vivere in perpetuo ossessionata dal senso di colpa. Nella gelosia si consuma il dramma relativo al dubbio sulla propria femminilità, sulla propria identità di genere.

Sono stata in psicoterapia per 4 anni, nessuno mi ha mai ufficialmente diagnosticato niente, anzi a parere del mio terapeuta sarei anche molto maturata in questi anni. Tuttavia da quest’estate la latente ipocondria che mi portavo dietro fin da bambina è esplosa a causa di una forte caduta di capelli (poi si è accertato dovuta allo stress), che mi ha trascinato in una spirale di spaventose crisi di panico, in cui credevo la mia morte imminente per una grave ed incurabile malattia.

Ora va meglio, eppure ogni singolo giorno della mia vita mi alzo dal letto senza godere di quello che ho, per focalizzarmi unicamente verso pensieri negativi dai quali non riesco a distogliermi: gelosia per l’altra donna, rancore verso mia suocera, che accuso di parzialità tra i figli, risentimento verso mio marito, che non mi coccola abbastanza, odio verso mio padre e mia nonna, paura di poter un giorno ipoteticamente subire mobbing in ufficio (con relativo continuo e serratissimo monitoraggio dei comportamenti dei colleghi nei miei riguardi), panico per ogni minimo dolore o giramento di testa, eccetera, eccetera...

Per tutti questi motivi uno psichiatra (anzi, due) mi hanno consigliato Cipralex gocce, una in più al giorno partendo da una fino ad arrivare a 10 gt al giorno.

Chiaramente ora ho paura degli effetti collaterali o avversi del Cipralex. Lei pensa che potrei stare peggio dopo la sospensione del farmaco? Andrei veramente incontro a grossi disagi come l’anorgasmia o l’eccessivo aumento di peso se lo prendessi? Lei cosa mi consiglia di fare? (a parte suicidarmi?)

La ringrazio, spero che riesca ad arrivare in fondo a questa email per darmi una risposta e un conforto.

Cordialmente,
Diana

5. Per concludere

La gelosia di Diana ha messo allo scoperto molti elementi, di cui cito i più rilevanti da un punto di vista strutturale:

  1. L’odio antico verso l’uomo, derivato dall’ostilità verso il padre.
  2. Il ripudio della madre debole nei confronti del padre.
  3. L’odio verso la nonna prepotente.
  4. L’identificazione con la nonna in quanto donna forte.
  5. L’immagine interna negativa di donna non-femminile, anzi odiosa.
  6. Infine, i sintomi punitivi derivato dalla sua identificazione col “forte” e “cattivo”: senso di colpa, ipocondria, angoscia di bruttezza e non amabilità, dipendenza farmacologica.

A una rapida lettura degli elementi citati, risulta evidente che i punti di maggiore criticità nella genesi della gelosia sono due, vale a dire:

Posti questi elementi è chiaro che la gelosia risulta da desideri opposti, di cui uno inconscio:

Quindi, sia che si alimenti di dubbi realistici, o anche di fatti concreti, sia che si basi su supposizioni arbitrarie e dereali, la gelosia segnala di fatto la propria (parziale e inconscia) indisponibilità a fidarsi di un legame d’amore, perché l’io dovrebbe in questo caso abdicare ad una più o meno nascosta vocazione individualista di totale controllo della propria personalità.

La nostra teoria, la Psicodialettica, consente una chiarificazione più immediata dei sentimenti umani e delle loro disfunzioni. Come ho messo in rilievo nel mio “Volersi male” e ulteriormente chiarito nei lavori successivi, l’identità umana non comincia come personale, bensì come sociale: la formazione del “noi” precede quella dell’ “io”. In sostanza, affermo, la soggettività umana si costituisce — e dunque sente, pensa e agisce — innanzitutto a partire da una logica socio-centrica, che precede quella ego-centrica (l’una orientata dal bisogno di integrazione sociale, l’altra dal bisogno di opposizione/individuazione). Non si metterà mai abbastanza in rilievo quanto questa concezione dialettica della psicologia sia rivoluzionaria: qualunque conflitto psicopatologico e qualunque disfunzione affettiva divengono in tal modo più chiare e leggibili. La gelosia, letta in questa luce, si rivela come l’inconscia resistenza opposta dalla logica ego-centrica nei confronti della logica socio-centrica implicita nella formazione e nel mantenimento di una relazione di coppia.

L’interpretazione psicoanalitica cerca di afferrare questa contraddizione supponendo un “narcisismo”, una “sessualità fallica” o una “rivalità edipica” opposti alla “relazione genitale matura”. L’interpretazione — che presuppone uno sviluppo psicosessuale “ortodosso”, quindi un percorso a senso unico dell’individuo verso la salute — pregiudica la comprensione del conflitto ideologico e morale che anima il geloso.

Nella nostra teoria, la Psicodialettica, l’elemento di resistenza è letto come un opposizionismo inerente un dubbio irrisolto circa il bisogno di individuazione nella sua relazione con la fiducia e con l’amore. Pervaso dalla necessità della relazione d’amore, il soggetto geloso avverte che essa può sminuire o anche annientare la capacità sinora da lui maturata di essere autonomo e di preservare e sviluppare il suo potenziale di crescita individuale. Non di rado, il geloso — impaurito dalla dipendenza di coppia — rifiuta l’amore del quale si professa il maggior custode.

Intesa in questo senso, la gelosia ha una lettura agevole, può pertanto essere compresa e, laddove necessario, superata.


Per porre domande, proporre testimonianze, partecipare al sito, prendi contatto con il dott.
Per segnalazioni e suggerimenti tecnici è possibile inviare una e-mail all’

Copyright © 2003–2017 Nicola Ghezzani. Tutti i diritti sono riservati. È vietata la riproduzione totale o parziale senza il consenso scritto.

Questo sito è stato visitato

joomla statistics
volte, a partire dal 10/11/2009.

Creato da Daniele Buccheri

Mantenuto ed aggiornato da Francesco Napoleoni

Valid XHTML 1.1 CSS Valido!